Ankara valuta alternative al F-35


In Turchia le testate giornalistiche Yeni Safak ed Ahvalnews hanno riportato con grande enfasi le parole pronunciate dal Ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu il quale ha dichiarato che sono pronti i piani alternativi all’uscita dal programma internazionale Joint Strike Aircraft F-35.

I rapporti altalenanti tra Mosca ed Ankara

La problematica parte da lontano, dal momento in cui, a seguito dell’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia e dell’abbattimento del cacciabombardiere Sukhoi Su-24 ad opera della caccia turca ai confini settentrionali della Siria, i rapporti tra Mosca ed Ankara erano precipitati ai minimi livelli.

Recep Tayyip Erdoğan

Passata la “buriana” diplomatica, i Presidenti Recep Tayyip Erdoğan e Vladimir Putin, consci che la matassa dovesse essere sbrogliata, riallacciarono direttamente di persona i rapporti per superare la grave impasse.

Vladimir Putin

La diplomazia presidenziale portò a siglare tutta una serie di accordi in materia economica, energetica nel gas e nel nucleare civile, di sicurezza, tra cui anche una “particolare” commessa militare destinata, come vedremo, a far precipitare i rapporti tra Ankara e Washington, con sullo sfondo la questione della permanenza turca all’Alleanza Atlantica.

L’ombra del fallito golpe sui rapporti tra Ankara e Washington

Le relazioni tra Ankara e Washington non sono particolarmente brillanti, perché gli Stati Uniti sono accusati dall’attuale presidenza turca di aver apertamente appoggiato il  tentato golpe contro Erdoğan, dando protezione a Fethullah Gülen, colui che è considerato dall’establishment governativo turco quale vero ideatore ed artefice del sommovimento militare.

Fethullah Gulen Foto ANSA/AP

Ovviamente, Washington nega ogni addebito ma è significativo che dal 2016 la sede diplomatica di Ankara è vacante.

Per il consolato di Istanbul si è registrata una vera e propria battaglia con l’espulsione di numeroso personale e reciproco divieto di accesso di personaggi considerati indesiderati.

In questo quadro fosco, poco nota al grande pubblico è la vicenda che vede Erdogan imputato ed attualmente sotto processo dinanzi un Tribunale Federale statunitense per reati fiscali compiuti negli Stati Uniti a detta della pubblica accusa.

Ankara più volte ha messo in atto “manovre spericolate” come l’arresto di un predicatore statunitense accusato di spionaggio o la ciclica chiusura della base NATO di Incirlik con la “messa alla porta” del personale statunitense non strettamente collegato alla gestione e protezione del deposito di armi nucleari ivi esistente.

A tutto ciò si aggiunga l’attività militare posta in essere dalle FF.AA turche, uscite malconce dalle purghe post golpe, nella Siria settentrionale e nell’Iraq occidentale, contro le forze filo Assad e contro i Curdi, entrando più volte in rotta di aperta collisione con Washington e con gli Alleati occidentali operanti nell’area.

La questione del diritto di sfruttamento delle risorse energetiche nelle acque che formano la ZEE di Cipro ha apportato ulteriore benzina ad un quadro che non abbisogna d’altro per esplodere; Ankara, infatti, semplicemente non riconosce l’esistenza della ZEE cipriota e sostiene che le risorse di idrocarburi – principalmente costituite da giacimenti di gas- siano di sua proprietà.

Washington, oltre a ribadire l’appoggio a Nicosia nella tutela dei suoi diritti di sfruttamento, ha deciso di togliere alla Turchia lo status di paese economicamente privilegiato, non avendo più diritto alle facilitazioni sin qui godute con gli Stati Uniti.

A margine di questa storica svolta, Washington ha imposto i dazi sulle importazione di acciaio e lavorati turchi nonché ha ammonito formalmente Ankara a non acquistare petrolio dall’Iran, colpito dalle sanzioni disposte per la questione sul nucleare.

S-400 e F-35

Conclusa questa necessaria digressione, tornando all’oggetto dell’articolo,  la possibilità ormai concreta che gli Stati Uniti neghino alla Turchia la consegna degli F-35A ordinati a causa del programmato acquisto di Ankara di sistemi di difesa d’area russi S-400.

Si ritorna, perciò, ai famosi accordi stretti tra Erdoğan e Putin ed alla concordata cessione degli S-400 ai Turchi. Restano fumosi i motivi per i quali la Turchia abbia un impellente necessità di dotarsi di un sistema di tal fatta, considerato che il potenziale aereo della Siria è ridotto ai minimi termini, mentre quello iraniano è fermo agli anni settanta sia pure con imbellettamento nazionale di più che dubbia efficacia ed, infine, quello iracheno modesto ed in mano, sostanzialmente, all’USAF che addestra piloti e tecnici nonché fornisce il materiale di volo e l’indispensabile supporto logistico ed operativo.

Cui prodest allora? Probabilmente, sono due le ragioni che hanno portato Ankara a superare le Colonne d’Ercole dei rapporti con gli Stati Uniti. Il primo motivo è da ricercare nella mai sopita concorrenza con Israele quale Potenza regionale del Medio Oriente. La seconda ragione, più modesta e venale, è rappresentata dal costo in termini economici e di prestigio richiesti da Washington per la fornitura di sistemi Patriot.

Su questo punto si è consumata la crisi con Washington che ha adottato la politica dello specchio con Mosca per la cessione dei sistemi missilistici Patriot e THAAD.

Infatti, Mosca impiega gli S-400 come una merce di scambio per rafforzare i rapporti diplomatici, economici e militari già esistenti, per saldare debiti miliardari o come pedina per entrare in mercati a Lei finora sostanzialmente chiusi od interdetti – come nel caso di specie turco.

Washington non è rimasta certamente a guardare ed ha iniziato ad autorizzare le vendite multimiliardarie di sistemi Patriot e THAAD a Paesi alleati ed “amici”.

Da notare che Washington sta bloccando la vendita di sistemi S-400 all’Arabia Saudita, al Qatar, all’Iraq, Paesi alleati ed amici, sostenendo che non sono compatibili con i velivoli statunitensi, offrendo al loro posto i sistemi Patriot e THAAD.

La fornitura dei Patriot alla Turchia si sarebbe, quindi, arenata per motivi di costo non sostenibili dalla economia di Ankara in grave crisi – il Patriot, nonostante gli oltre trent’anni di servizio e le decine di migliaia di missili allestiti, rimane un sistema d’arma sostanzialmente caro – .

Washington non prevedeva, per motivi di sicurezza nazionale, la concessione della autorizzazione alla partecipazione industriale turca al programma in termini qualitativi, limitandosi a permettere l’allestimento in Turchia di parti considerate non significative.

Ankara irritata cerca soluzioni alternative ai Patriot

SAMP-T

Di qui l’irritazione turca che ha portato Ankara a siglare un accordo con Parigi e Roma per una versione “customizzata” del sistema SAMP-T di MBDA che vede una significativa partecipazione industriale delle TAI (Turkish Aerospace Industries) e della Roketsan che si occupa di motori, propellenti e di ordigni di ogni tipo.

HQ-9

Ad un certo punto, la Turchia ha annunciato di aver selezionato un sistema di difesa d’area cinese HQ-9 (la versione cinese del russo S-300V) ; la notizia ha suscitato stupore ed ilarità in ambito NATO perché il detto sistema non sarebbe stato minimamente integrabile con i sistemi dell’Alleanza Atlantica. Il bluff cinese ha avuto durata effimera.

S-400

Successivamente è stata sondata Mosca per la fornitura di sistemi S-400, trovando, infine, l’accordo per la cessione e per la produzione di parti del complesso missilistico russo.

Tutto ciò ha comportato una crescente disapprovazione statunitense in un “crescendo rossiniano” di avvertimenti prima velati e poi palesi, sfociati in minacce e provvedimenti tesi a compromettere la partecipazione turca nel programma F-35.

Da notare che, nell’ottica di assunzione della qualità di  potenza regionale, il Presidente Erdoğan aveva autorizzato ad un ambizioso programma di costruzioni navali tra cui la LHD Anadolu, derivata dalla spagnola Juan Carlos I.  Tale unità, in corso d’opera, è stata rivista per poter operare la versione a decollo corto ed atterraggio verticale del Lightning II (lo F-35B).

Il che sarebbe stata la premessa per l’istituzione di un’aviazione imbarcata per operazioni di proiezione di potenza da eseguire a distanza dalle basi del Mar Nero e del Mare Egeo.

Verso la rottura totale

Gli Statunitensi, vista la persistenza turca nel voler portare a termine l’acquisto degli S-400 dichiarati apertamente non compatibili con gli F-35A, hanno rallentato la consegna dei due primi esemplari, rimasti in terra statunitense per l’addestramento dei piloti e tecnici dell’Aeronautica turca. Successivamente, è stata messa in discussione la partecipazione industriale di Ankara al programma.

Lockheed Martin capofila del consorzio JSF su input dell’Amministrazione Trump ha infatti iniziato a verificare a chi affidare la costruzione delle parti oggi fornite dall’industria turca.

Ma nemmeno questo è servito per far desistere Erdoğan, nonostante i tentativi posti in essere dal Ministro della Difesa Hulusi Akar di calmare le acque ormai in burrasca. E’ notizia di pochi giorni fa che l’USAF, su ordine del Pentagono, ha sospeso il programma di addestramento dei piloti e tecnici turchi sull’avveniristico velivolo di quinta generazione.

Donald J. Trump

Non bisogna dimenticare che su spinta “bipartisan” del Congresso, il Presidente Trump ha già ordinato la sospensione delle consegne dei primi velivoli già allestiti sino a novembre di quest’anno.

A questo quadro piuttosto fosco si aggiunge il ritiro della britannica Rolls Royce su pressioni statunitensi. A fronte di un contratto di 100 milioni di sterline, il colosso motoristico britannico avrebbe dovuto fornire la pregiata consulenza relativa la progettazione di un motore da destinare al caccia nazionale TF-X, frustrando le velleità turche di crescita ed autonomia progettuale – costruttiva nel settore aerospaziale.

Hulusi Akar

Da ultimo, si aggiunge la lettera formale che il Dipartimento di Stato della Difesa degli Stati Uniti ha inviato al Ministro della Difesa Turco Hulusi Akar. Il Segretario di Stato alla Difesa Shananah ha specificato che la partecipazione della Turchia al programma F-35, pari ad una quota del 6-7%, sarà totalmente sospesa a partire dal 31 luglio, a meno che la Turchia desisti entro la fine di giugno dal suo acquisto pianificato di sistemi di difesa russi.

Patrick M. Shananah

Le alternative russe e cinesi

A fronte di questo vero e proprio ultimatum, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, evidentemente messo in un angolo dalla politica perseguita dal suo Presidente, ha ribadito che: 1) l’acquisto degli S-400 sarà regolarmente portato a termine; 2) la cooperazione con la Russia si estenderà agli S-500, programma per il quale si valuta l’entità della partecipazione della industria turca; 3) a fronte del possibile (o probabile) abbandono forzato del programma F-35 i Turchi “non si strapperanno i capelli” a causa del rigido controllo imposto sull’impiego di questi velivoli da parte statunitense e valutano possibili alternative come i Sukhoi Su-57 russi ed i J-31 cinesi.

Su-57 (foto The Week)

Ai Russi queste parole sono piaciute moltissimo, tanto da far pervenire alla controparte turca il loro gradimento per una partnership tecnico industriale del programma.

Mevlüt Çavuşoğlu

Il Ministro Çavuşoğlu ha concluso, dicendo che l’obiettivo finale è dotare la Turchia di una propria capacità progettuale ed industriale nel settore degli aerei da combattimento.

Resta solo da capire come finirà questa complessa vicenda e che effetti produrrà sugli assetti politici-militari dell’Alleanza Atlantica, con una Turchia destinata a non essere più il monolitico blocco anti sovietico prima ed anti russo nonché anti iraniano dopo.

Di fatto, usando la leva degli S-400, Mosca ha creato una pericolosa incrinatura dei rapporti nella NATO, accentuando la deriva turca, sempre più in rotta di collisione con gli interessi di Washington e degli Alleati occidentali.

Bosforo

Sullo sfondo rimane sempre il secolare nodo del controllo del Bosforo e dello Stretto dei Dardanelli, agognato da sempre dalla Russia per evidenti ragioni strategiche.

Sicuramente, si aprirà una nuova stagione di relazioni tra Ankara e Mosca, con Teheran che guarda molto interessata agli sviluppi ed ai nuovi assetti regionali che si stanno delineando.

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