Morte del generale Soleimani: conseguenze nei rapporti tra USA ed Iran


Il generale Qassem Soleimani è stato ucciso nell’aeroporto di Baghdad, in una zona controllata da forze occidentali.

Il fatto è significativo, indica che gli iraniani e le milizie sciite irachene avevano maturato la convinzione di poter agire con relativa libertà nella zona.

Tehran ha spinto molto sull’acceleratore nelle ultime settimane, l’attacco all’ambasciata americana e gli attentati contro i contractor USA indicavano un sempre maggiore senso di intoccabilità culminato con le esercitazioni navali congiunte con Russia e Cina.

In Iraq, dalla caduta di Saddam Hussein, il paese è stato spartito tra Occidentali e iraniani che hanno amministrato la nazione dividendosi il controllo delle risorse, del governo e delle forze armate. Nel 2010 fu proprio Soleimani a ordinare ai sadristi dell’esercito del Mahdi di interrompere gli attacchi contro gli occidentali e l’esercito iracheno (Le forze di sicurezza irachene, formate da sciiti, sono state armate ed addestrare dagli USA e dagli europei). Le milizie sciite hanno collaborato sul campo con gli USA contro l’Isis e l’estremismo sunnita.
Una collaborazione in cui non sono mancati momenti di tensione, ma che ha avuto modo di procedere fino all’annientamento dello Stato Islamico.

Lo stesso Soleimani ha fornito in passato informazioni agli statunitensi sulla posizione delle basi dei talebani in Afghanistan e di Al Qaeda in Iraq. Già in altre occasioni inoltre, gli USA avevano avuto la possibilità di uccidere soleimani ma per motivazioni politiche hanno evitato.
Con la sconfitta dell’Isis l’Iraq è entrato in una nuova fase.

Da oltre un anno il paese è attraversato da proteste: crisi economica, paese devastato da 30’anni di guerre ininterrotte, separatismo curdo e tensioni tra i filo occidentali con i filo iraniani.
Il riassestamento degli equilibri della Regione sarà parecchio doloroso.

Lo stesso governo iraniano è attraversato al suo interno da forti tensioni politiche. Soleimani, artefice della strategia iraniana in Medioriente, rappresentava la fazione maggiormente contraria al dialogo con gli Stati Uniti e la sua morte avrà conseguenze più pesanti col passare del tempo.

Allo stato attuale, assisteremo ad un innalzamento della tensione, ma un conflitto aperto su larga scala è da escludersi. La minaccia dell’estremismo sunnita è ancora elevata ed una destabilizzazione dell’Iraq potrebbe aprire le porte ad un ritorno dell’Isis, cosa che entrambe le parti non vogliono vista la debolezza del governo iracheno.


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