Le armi delle unità di superficie nelle principali marine alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale


Sicuramente nel 1939 la regina delle armi era l’artiglieria che ebbe una evoluzione, nei calibri delle navi da battaglia, apparentemente strana: dal 280mm al 330mm, dal 356mm al 381mm e al 406mm, cioè il massimo stabilito dalle convenzioni internazionali di quel tempo.

Il motivo di questa trasformazione in un periodo breve, solo sette anni, fu dovuto al fatto che “quando si determina un limite superiore di potenza (calibro, dislocamento ecc.), chi non vuole essere svalutato deve adottare subito questo limite”, come ci spiega in un documento del 1939 il colonnello Genio navale Leonardo Fea. Nel caso in cui calibro e dislocamento fossero poco armonici, come nel accostamento del cannone da 406mm con il dislocamento da 35.000t, le marine di concerto decisero che per adottare il calibro da 406mm avrebbero dovuto accrescere il dislocamento limite delle navi da battaglia a 40.000t e 45.000t, cosa che fecero nel 1938.

Sugli incrociatori minori, afferma sempre Fea, “si nota il fenomeno inverso”; invece di polarizzarsi verso il calibro massimo consentito dai trattati, quello da 155mm, molte unità adottarono quello da 152mm in Gran Bretagna, 152 o 135mm in Italia, 152 o 138mm in Francia e 150mm in Germania. Questo avvenne perché il limite di dislocamento delle unità, la ricerca di altissime velocità e l’incremento del peso dei singoli cannoni, non consentirono di sistemare una adeguata batteria se non riducendo il calibro.

L’armamento antiaereo e le artiglierie antisiluranti delle navi da battaglia (e del naviglio maggiore) non furono fusi in un unico calibro ma mantennero delle separazioni: se nei North Carolina statuniensi sono ricondotti ai 127mm, nei Richelieu francesi troviamo i 152mm navale accanto ai 100mm antiaereo.

Il cannone contraereo ebbe calibri diversi a seconda delle marine: 90mm in Italia, 100-105mm in Francia e Germania, 127mm negli Stati Uniti, 100-105 e 133mm in Gran Bretagna. Il colonnello Fea, riferendosi al naviglio sottile, commenta affermando che “almeno per determinati tipi di navi, l’unificazione dovrà imporsi per ragioni di spazio e di peso”.

Infine, chiara caratteristica per le navi nel 1939 fu il moltiplicarsi delle mitragliatrici, dai 12mm fino ai 40 e più mm con impiego sia antiaereo che navale specialmente negli scontri notturni.

Mitragliere antiaereo Vickers da 40mm imbarcate sulla Rodney, della classe Nelson. Fonte: flickr

È interessante rilevare l’aumento del numero dei pezzi nelle batterie principali e secondarie, un fenomeno che venne bollato dagli inglesi con il termine di overgunning e che dilagò in tutte le marine del tempo: 10 cannoni da 356mm per i King George inglesi, 15 da 152mm per i Brooklyn, 12 da 152mm per i Fiji… Allo stesso modo è interessante notare come le navi diventano un assortimento di calibri diversi per adattarsi ai diversi bersagli.

Questa tendenza fu resa possibile dall’adozione di impianti multipli (per necessità di peso, di ingombro e disposizione razionale dell’armamento sulla nave): il passaggio da torri binate a quelle trinate o quadruple per i calibri principali e il gli affusti a otto canne per le mitragliatrici ne sono un esempio. La principale conseguenza venne avvertita sulla lunghezza assoluta della nave con i relativi pro e contro.

I possenti cannoni da 406mm in torri trinate della USS North Carolina. Fonte: flickr

A fianco delle artiglierie, dal 406mm alle mitragliere, l’aereo e il siluro svilupparono la loro importanza: il primo, nella visione dell’epoca, doveva essere posizionato su tutte le grandi unità, dalle navi da battaglia agli esploratori; il secondo installato su incrociatori minori fino ai mas. Le unità maggiori nel 1939 non avevamo più tubi lancia siluri ad accezione della classe Nelson inglese, risalente al 1923, che disponeva di due lanciasiluri subacquei da 609mm e ad accezione di alcuni incrociatori germanici della fine della Grande Guerra.

Gli aerei, sulle unità sopra citate, hanno compiti di esplorazione e di controllo del tiro e il loro numero è variabile a seconda della nave che li imbarca: l’incrociatore Brooklyn aveva sei, le unità delle altre marine da due a quattro. Il difetto di imbarcare velivoli consisteva nel non essere facilmente armonizzabili con il resto della nave, il che porta ad una diversa collocazione fisica (a prua, al centro o a poppa).

Sui siluri Fea afferma che “hanno certo compiuto progressi ed il calibro non ha proceduto verso una corsa ai diametri maggiori” rimanendo intorno ai 450mm. L’incremento venne effettuato nel numero dei lanciasiluri in special modo nel numero di tubi per impianto: dai sei tubi in impianti tripli degli incrociatori minori Southampton e Aurora ai sedici tubi in impianti quadrupli dei Craven americani.

Lancio di un siluro da un cacciatorpediniere della Regia Marina. Fonte: wikipedia

Nel 1939 il principio comune di aumentare il numero delle armi, per disporre di una salva possente al fine di accrescere le possibilità di colpire, porta ad impianti quadrupli per le artiglierie e fino a quintupli per i lancia siluri. Il risultato fu che il mare venne solcato da giganti pesantemente armati, pronti a riversare la loro potenza di fuoco sul nemico nella imminente Seconda Guerra Mondiale.

Immagine di prima pagina: Cannone da 381 Ansaldo in costruzione, fonte: wikipedia


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