I missili nucleari della Marina Militare


Forse è una storia poco conosciuta ma dal 1958 al 1962, la Marina Militare italiana sviluppò progetti e studi per dotarsi di missili nucleari da imbarcare sulle proprie unità.

Alla fine degli anni ’50 i 40.000 uomini di organico, di gran lunga minori dell’Esercito, non consentirono alla Marina di richiedere un cospicuo aumento della percentuale del bilancio della Difesa ad esso assegnato, e di conseguenza le risorse deputate all’investimento e al rinnovamento della flotta e dei sistemi d’arma furono ancora inferiori.

La scarsità di fondi portò lo Stato Maggiore ad ingegnarsi nella progettazione e poi nella realizzazione di soluzioni originali: navi polivalenti dotate di ponti di volo per elicotteri e di sistemi missilistici.

Un’idea la prima che vide la realizzazione con l’impiego di elicotteri AB-47G su vari tipi di navi. La seconda, cioè lo sviluppo della missilistica, inizialmente venne concepita a solo scopo antiaereo contro eventuali attacchi di velivoli sovietici. Le due innovazioni portarono a considerare che le istallazioni erano possibili su piattaforme di almeno 6.000t.

Incrociatore lanciamissili classe Doria, Caio Duilio

La Marina Militare aveva un asso nella manica in ambito NATO: gli Stati Uniti, unico alleato che spingeva per la riaffermazione di questo corpo della Difesa. Lo Stato Maggiore italiano era convinto che i tre elementi sopra citati (elicotteri, sistemi missilistici e amicizia statunitense), avrebbero permesso all’Italia di esercitare, nel Mediterraneo, un ruolo di comando NATO, fino ad allora ricoperto dalla Marina statunitense o inglese.

Nel 1958 l’incrociatore Giuseppe Garibaldi venne sottoposto ad importanti lavori di ammodernamento per la sperimentazione dei nuovi armamenti, anche strategici. La Marina, in questo campo, seguì l’evoluzione del pensiero statunitense e volle dotarsi di vettori nucleari per offrire alla Nazione maggiora flessibilità strategica.

Incrociatore lanciamissili Giuseppe Garibaldi

In una lettera del 3 settembre 1958, indirizzata dal Capo di Stato Maggiore della Marina al Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Corso Pecori Giraldi, si leggeva: “i missili IRBM costituiscono efficace elemento difensivo del Paese solo se adempiono il compito di deterrenza preventiva, di effettiva distruzione del potenziale bellico nemico […] e solo se in grado di resistere alla prima azione aggressiva nemica”.

Questi requisiti sarebbero stati rispettati qualora i missili fossero stati sistemati a bordo di unità navali, con l’ulteriore vantaggio di un minore sborso economico per la sistemazione e la gestione degli armamenti, rispetto all’allestimento di una base terrestre. Quest’ultima ritenuta, inoltre, vulnerabile e con un rischio notevole per la segretezza a causa della presenza di un forte Partito Comunista legato a Mosca che poteva pregiudicare ogni forma di occultamento.

Non esistevano ancora Missili di dimensioni idonee all’imbarco, ad eccezione del missile compatto Polaris A-1 con gittata di 1.200 miglia ed in fase di collaudo. Questo missile, più avanzato rispetto ai Jupiter, doveva essere installato su sommergibili, idea scartata già dal 1960, su unità missilistiche e unità veloci. A tal proposito venne formato un gruppo di lavoro con il compito di impostare progetti di imbarco sul Garibaldi (con quattro silos a poppavia), sul Montecuccoli e sui futuri incrociatori classe Doria. Il gruppo valutò la cifra in 3-4 miliardi di lire per equipaggiare dodici navi con 54-58 Polaris.

Polaris A 1 negli Stati Uniti

I risultati furono presentati nel 1962 ed evidenziarono la completa fattibilità dell’impresa. Documenti riservati, anche verso gli Stati Uniti, del 15 gennaio 1962 diretti al Capo di Stato Maggiore della Difesa parlano di “risultati pienamente soddisfacenti”, di “pieno successo del lancio pirico”, della creazione “di un nuovo sistema di collegamento (ottico ed elettrico) per trasferire al missile i dati necessari alla individuazione della verticale”. Esito che indusse il contrammiraglio Enzo Zanna, colui che inviò il documento, a ritenere che la Marina avrebbe potuto imbarcare le dotazioni in pochi mesi di tempo.

Collaudo di lancio di simulacro inerte del missile Polaris dall’incrociatore Garibaldi

Il passo successivo era convincere Washington ad affidare l’utilizzo dei missili Polaris alla Marina italiana. A questo scopo vennero organizzati lanci dimostrativi nei poligoni americani alla presenza di tecnici statunitensi in occasione della missione prevista del Garibaldi negli Stati Uniti.

L’ambizioso progetto si concluse però con un nulla di fatto in quanto, dopo la crisi di Cuba e dopo la volontà francese di munirsi di una capacità nucleare autonoma (Force de Frappe), gli Stati Uniti rinunciarono a fornire i Polaris alle Nazioni della NATO per evitare la proliferazione nucleare fuori dal controllo diretto di Washington.

Successivamente, la mancanza di fondi, i problemi sociali e politici e il disinteresse della classe dirigente italiana alle questioni strategiche, portarono l’Italia e la Marina Militare a non rischiare di perdere tempo e denaro in programmi troppo ambiziosi, come la costruzione di navi a propulsione nucleare, volgendo lo sguardo a progetti di riammodernamento di imbarcazioni esistenti e alla costruzione di nuove unità convenzionali.

Fonti di tutte le immagini: Wikipedia


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