Gli ultimi sviluppi nel Mar Cinese Meridionale ed Orientale


L’intensa attività addestrativa militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale ed Orientale, negli ultimi tempi, ha portato quasi inevitabilmente ad iniziative dal punto di vista militare da parte di alcuni Paesi. L’Australia sembra quasi certa di unirsi ad importanti esercitazioni navali con India, Stati Uniti e Giappone. L’esercitazione “Malabar” offre oltre la cooperazione militare, l’opportunità a Nuova Delhi, Canberra, Washington e Tokyo di espandere la condivisione di informazioni ed intelligence. 

Il Governo Australiano, negli ultimi cinque anni, ha insistito per unirsi all’esercitazione navale ma è stato ripetutamente bloccato dall’India; peraltro, diversi media indiani riferiscono che il Governo Modi, ora, avrebbe avuto un ripensamento e consentirebbe all’Australia di parteciparvi. L’atteso e auspicato invito da parte dell’India alla partecipazione dell’Australia è una significativa intensificazione delle relazioni tra Canberra e Nuova Delhi. 

Secondo quanto riportato da The Diplomat, già da qualche tempo, Australia e India si stanno avvicinando l’una all’altra. La decisione di includere l’Australia nell’esercitazione Malabar sarebbe una conseguenza del miglioramento delle relazioni di sicurezza tra i due Paesi sfociate in un partenariato strategico globale durante un vertice virtuale tenuto dai Primi Ministri Scott Morrison e Narendra Modi, all’inizio di giugno. Il vertice avrebbe portato ad un accordo sul supporto logistico per consentire l’accesso reciproco alle basi ed ai porti militari.

Pertanto, si affaccia nuovamente il “QUAD”, una possibile alleanza tra Stati Uniti, India, Giappone e Australia sulla “confluenza dei due mari” che darebbe vita al cosiddetto “Dialogo sulla sicurezza quadrilaterale” per contrastare la crescente influenza della Cina nel Pacifico. L’alleanza potrebbe presto diventare una realtà se l’India consentirà all’Australia di unirsi all’esercitazione navale trilaterale annuale che coinvolge India-Giappone-USA. 

Il QUAD è stato un tentativo di dialogo informale sulla sicurezza tra i quattro Paesi e, sebbene non sia mai stato formalizzato, il gruppo non ha potuto lavorare poiché la Cina, preoccupata per quello che riteneva un tentativo di contenimento da parte di Paesi nella regione Asia-Pacifico, lo aveva sempre osteggiato. 

L’India è sempre più attratta verso l’orbita degli Stati Uniti e dei loro Alleati, anche se, nel quadro delle misure di rafforzamento militare imposte dagli ultimi incidenti di confine con la Cina, Nuova Delhi ha approvato l’acquisto di 33 nuovi aerei da combattimento di produzione russa. 

Forbes riporta che la Marina Cinese starebbe rapidamente perseguendo le capacità globali. Un’area chiave delle operazioni future potrebbe essere l’Oceano Indiano. I sottomarini cinesi, in particolare, potrebbero avere un impatto strategico se navigassero in quelle acque. Dal punto di vista della Cina, questa presenza proteggerebbe le rotte marittime vitali che sarebbero vulnerabili in qualsiasi guerra. Naturalmente, molte Marine sarebbero preoccupate di questi sviluppi. Prima tra queste è la Marina Indiana, che, attualmente, ha la più grande flotta sottomarina in quell’area dell’Asia.

Inoltre, sottomarini cinesi si sono recati sempre più spesso nei porti del Pakistan e dello Sri Lanka negli ultimi anni.

TENSIONI USA – CINA NEL MAR CINESE MERIDIONALE E ORIENTALE

Dal 1 al 5 luglio le forze armate cinesi hanno svolto una grande esercitazione militare nelle acque attorno alle isole Paracel, nel Mar Cinese meridionale, con l’impiego di navi della Marina e della Guardia Costiera. Le manovre militari hanno avuto carattere anfibio ed è stata simulata la conquista con il successivo controllo di un’isola dell’area.

Secondo fonti di stampa, la Marina Cinese condurrà un’altra esercitazione nel mese di agosto nei pressi delle isole Dongsha o Pratas, controllate da Taiwan e situate 450 chilometri a sud dell’isola-Stato. Le isole Dongsha, costituite da un’isola e due barriere coralline, si trovano a circa 444 km da Kaohsiung. Sono un parco nazionale marino costituito da 353.668 acri con coralli vibranti e un ecosistema di alghe. Per rafforzare le difese di questi atolli, sorvegliati al momento solo da unità della Guardia Costiera Taiwanese, il Governo di Tsai Ing-wen ha inviato nei giorni scorsi un reparto di fucilieri di marina.

A sostegno delle posizioni di Taiwan e dei Paesi dell’Asean coinvolti nelle dispute territoriali con la Cina, gli Stati Uniti hanno schierato nel Mar delle Filippine due portaerei con i rispettivi gruppi di combattimento.

Il territorio taiwanese sarebbe un’aggiunta strategicamente vantaggiosa per Pechino, in quanto consentirebbe l’accesso diretto all’Oceano Pacifico. 

Naturalmente, ciò non significa che la Cina non possa navigare dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico settentrionale se lo desiderasse, ma da un punto di vista strategico, con Taiwan e le Isole Ryukyu che bloccano l’accesso diretto al Pacifico, si troverebbe in una posizione di svantaggio nel caso di un’ipotetica guerra, poiché le basi nemiche potrebbero essere dislocate lì per infastidire ed interrompere le rotte marittime cinesi. La situazione è persino peggiore per Pechino nel Mar Cinese Meridionale, principalmente a causa della posizione delle “Filippine” che bloccano la rotta dalla Cina all’Oceano Pacifico.

Negli ultimi decenni le forze armate cinesi hanno intensificato le esercitazioni combinate (di forze aeree e di quelle marittime) intorno a Taiwan. Sebbene siano certamente intese come una guerra psicologica, potrebbero servire anche in preparazione di un blocco. In tal caso, le navi di superficie e i sottomarini della Marina del PLA impedirebbero al trasporto commerciale di fornire approvvigionamenti vitali a Taiwan. Oltre imporre una zona di non volo per proteggere le sue navi, la Cina, probabilmente, proverebbe anche ad impedire un’operazione di trasporto aereo dal Giappone, operazione che ricorda il ponte aereo su Berlino dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per la Cina ottenere il controllo delle isole renderebbe più semplice imporre un blocco su Taiwan.

Secondo alcune fonti riferite al mese di maggio scorso, la Cina prevede di istituire una zona di identificazione della difesa aerea nel Mar Cinese Meridionale, che richiederebbe a tutti gli aerei civili di identificarsi e di comunicare la loro posizione. 

Questo segue l’annuncio del 2013 di una zona simile imposta nel Mar Cinese Orientale.

Naturalmente, Pechino minimizza le preoccupazioni di Taipei sostenendo che si tratta semplicemente di “esercitazioni di routine”. 

Il rapporto annuale del Dipartimento della Difesa al Congresso degli Stati Uniti dello scorso anno affermava che il PLA aveva formulato piani per una “campagna di blocco congiunta” che avrebbe permesso alla Cina di costringere lentamente il governo di Taiwan a sottomettersi a seguito dell’esaurimento graduale di cibo e altre forniture vitali.

Un blocco sarebbe anche molto più facile da gestire per i militari cinesi rispetto a un’invasione su vasta scala che comporterebbe, inoltre, un rischio politico maggiore per Pechino. Come scriveva Sun Tzu nell’Arte della Guerra “la più grande vittoria è quella che non richiede battaglia”.

Un blocco potrebbe comportare anche meno rischi internazionali: gli Stati Uniti e le altre nazioni sarebbero disposte a intervenire in caso di blocco? Le nazioni straniere, compresi gli Stati Uniti, potrebbero cercare una soluzione diplomatica, piuttosto che impegnare truppe per forzare il blocco.

LE AREE CONTESE DALLA CINA NEL MAR CINESE MERIDIONALE E ORIENTALE

La Cina rivendica la più grande porzione di territorio – un’area definita dalla cosiddetta “nine-dash line”- che si estende per centinaia di miglia a sud e ad est dalla sua provincia più meridionale di Hainan.

Pechino afferma che il suo diritto all’area risale a secoli fa, quando le catene di isole Paracel e Spratly erano considerate parte integrante della nazione cinese come si poteva vedere in una mappa pubblicata già nel 1947. 

Secondo il semplice principio e ampiamente accettato della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le acque internazionali non si estendono per più di 12 miglia nautiche (13,8 miglia) dalla costa di un paese. Pechino afferma, quindi, la giurisdizione su aree oceaniche che si trovano a centinaia di miglia dalla Cina e che sono solo a poche decine di miglia al largo delle coste di Malesia, Vietnam e Filippine. 

In particolare, la Cina è parte di molteplici dispute territoriali marittime nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale:

  • sulle Isole Paracel nel Mar Cinese Meridionale, che sono rivendicate da Cina e Vietnam e occupate dalla Cina;
  • sulle Isole Spratly nel Mar Cinese Meridionale, che sono state rivendicate interamente da Cina, Taiwan e Vietnam, e in parte da Filippine, Malesia e Brunei, e che sono occupate in parte da tutti questi Paesi, ad eccezione del Brunei;
  • sulla Scarborough Shoal nel Mar Cinese Meridionale, che è rivendicata da Cina, Taiwan e Filippine e controllata dal 2012 dalla Cina;
  • sulle isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale, rivendicata da Cina, Taiwan e Giappone e amministrata dal Giappone;
  • sulle Isole Pratas che si trovano nel Mar Cinese Meridionale a circa 340 km a sud est di Hong Kong. Politicamente fanno parte di Taiwan ma sono rivendicate dalla Cina.

Le pretese cinesi garantirebbero il controllo di Pechino su diversi arcipelaghi ricchi di risorse, situati strategicamente su rotte marittime redditizie, ma servirebbero anche come pretesto per affermare che la presenza navale statunitense nelle acque internazionali del Mar Cinese Meridionale viola la zona economica esclusiva della Cina – acque in cui un paese ha il diritto esclusivo di sfruttare le risorse naturali, (anche se le navi possono navigare liberamente attraverso tali zone). 

Negli ultimi anni la condotta di Pechino nel Mar Cinese meridionale, con la costruzione/ampliamento di isole e la realizzazione di basi sulle Isole Spratly, nonché le azioni delle sue forze marittime, è intesa a far valere le sue rivendicazioni contro quelle dei Paesi vicini che hanno un peso militare ed economico molto inferiore. Molto spesso, la presenza ed i pattugliamenti statunitensi rendono possibile per quei Paesi resistere alle pressioni cinesi e difendere i loro diritti, anche se non sono sufficienti a impedire alla Cina di rivendicare pretese sempre maggiori nel Mar Cinese Meridionale e di rafforzare la sua posizione militare, in particolare creando isole artificiali che servono da avamposti militari. Il gigante asiatico utilizza le esercitazioni militari per mostrare la propria forza alle altre parti e imporre la propria sovranità nell’area. 

Tra gli osservatori internazionali sono aumentate le preoccupazioni secondo cui la Cina starebbe acquisendo un controllo effettivo sull’intera regione, in un’area di importanza strategica, politica ed economica. 

Le estese rivendicazioni della Cina sulla sovranità del mare valgono, secondo alcune stime, 11 miliardi di barili di petrolio non ancora sfruttato e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale che suscitano un forte antagonismo/interesse in Paesi come il Brunei, l’Indonesia, la Malesia, le Filippine, Taiwan e il Vietnam. 

Il pericolo paventato dagli altri Paesi rivieraschi è che la Cina, con la trasformazione artificiale di tali piccole conformazioni in strutture più grandi capaci di ospitare infrastrutture civili e militari, possa rappresentare uno strumento di rafforzamento del potere del Paese nell’area, oltre che permetterle di rivendicare, ai sensi dell’art 121 della Convenzione ONU sulla Legge del Mare, una propria Zona Economica Esclusiva.

Molto spesso le milizie marittime cinesi – apparentemente imbarcazioni civili sotto il controllo del Governo – sono impiegate per cacciare navi mercantili commerciali e militari che osano attraversare il Mar Cinese Meridionale. I militari cinesi hanno usato questa pretesa per giustificare le molestie su navi e aeromobili statunitensi, comprese intercettazioni non sicure da parte di jet cinesi e l’uso di laser dannosi agli occhi dei piloti militari statunitensi. Negli ultimi anni, la Cina ha creato un formidabile arsenale di missili anti-nave a lungo raggio, sottomarini, grandi navi da guerra e aerei da attacco navale che aumentano la sua capacità di minacciare navi e isole a centinaia di miglia dalle sue coste – comprese quelle degli Stati Uniti.

Nel Mar Cinese orientale, le azioni delle forze marittime cinesi sulle isole Senkaku, amministrate dal Giappone, sono un’altra fonte di preoccupazione per Tokyo e per Washington. 

GLI INTERESSI STRATEGICI DEGLI STATI UNITI NELLE AREE DI TENSIONI

Secondo un rapporto del Congressional Research Service, preparato per i membri del congresso USA, il dominio cinese della regione del Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese orientale, insieme al Mar Giallo – potrebbe influenzare sostanzialmente gli interessi strategici, politici ed economici degli Stati Uniti nella regione indo-pacifica e altrove. 

I potenziali obiettivi generali statunitensi per la competizione strategica USA-Cina nel Mar Cinese Orientale ed in quello Meridionale includono ma non sono necessariamente limitati a quanto segue: adempiere agli impegni di sicurezza degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale, inclusi gli impegni dei trattati con il Giappone e le Filippine; mantenere e migliorare l’architettura di sicurezza guidata dagli Stati Uniti nel Pacifico occidentale, comprese le relazioni di sicurezza degli Stati Uniti con gli alleati dei trattati e gli stati partner; mantenere un equilibrio di potere regionale favorevole agli Stati Uniti e ai suoi alleati e partner; difendere il principio della risoluzione pacifica delle controversie; difendere il principio della libertà dei mari, chiamato anche libertà di navigazione; impedire alla Cina di diventare un egemone regionale nell’Asia orientale; perseguire questi obiettivi come parte di una più ampia strategia degli Stati Uniti per competere strategicamente e gestire le relazioni con la Cina.

Inoltre nello stesso rapporto gli Stati Uniti dovrebbero dissuadere la Cina:da ulteriori attività di costruzione di basi nel Mar Cinese Meridionale; dal trasferire ulteriore personale militare, attrezzature e forniture nelle basi dei siti che occupa nel mar cinese meridionale; dal avviare attività di costruzione di basi sulla Scarborough Shoal nel Mar Cinese Meridionale; dal dichiarare una zona di identificazione della difesa aerea (ADIZ) sopra il Mar Cinese Meridionale; incoraggiare la Cina a ridurre o terminare le operazioni delle sue forze marittime nelle isole Senkaku nell’Mar Cinese Orientale; fermare le azioni intese a esercitare pressioni contro i siti occupati dalle Filippine nelle Isole Spratly; fornire un maggiore accesso da parte dei pescatori filippini alle acque circostanti le Scarborough Shoal o le Spratly Islands; adottare la definizione USA/Occidente relativa alla libertà dei mari e accettare e rispettare le decisioni del tribunale, del luglio 2016, nel procedimento arbitrale sul Mar Cinese Meridionale che ha coinvolto le Filippine e la Cina. 


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