La Difesa di Biden: niente tagli, deterrenza nucleare, Corea del Nord, Afghanistan…


La strada verso la vittoria di Joe Biden è ormai segnata ed il primo settore dell’industria americana, quello legato alla difesa, guarda a quelle che potrebbero essere le sue prossime mosse, inclusa la scelta di mettere a capo del Dipartimento per la Difesa, per la prima volta nella storia, una donna.

Biden affronterà diversi temi a partire da un cambiamento della strategia nucleare fino alla guerra in Afghanistan passando per un nuovo approccio più restrittivo alla vendita di armamenti verso alcuni paesi.

Segretario alla Difesa (SecDef)

Ruolo chiave all’interno del Pentagono, il Segretario alla Difesa è una persona di assoluta fiducia del Presidente ed ha autorità, direzione e controllo del Dipartimento della Difesa. Tra le sue funzioni c’è anche la nomina del Joint Chief of Staff, il Capo di Stato Maggiore Congiunto.

Trump ha silurato Esper il nove novembre, poco meno di una settimana dopo le elezioni presidenziali, quando i rapporti tra i due erano già compromessi per una serie di ragioni tra cui il diniego all’impiego dei militari per sedare le rivolte.

Michele A. Flournoy (DoD)

Nei piani alti di Washington, tra i democratici, il nome che ricorre più spesso è quello di Michele Flournoy, politica moderata con una grande esperienza alle spalle nei meandri del Pentagono, che potrebbe anche trovare un appoggio bipartisan.

Nel suo incarico più recente è stata Sottosegretario alla Difesa per la Politica Militare tra il 2009 ed il 2012 (Amministrazione Obama I)

La scelta di una donna darebbe ulteriore visibilità alle politiche sociali di Biden.

Deterrenza Nucleare e Corea del Nord

An Air Force Global Strike Command unarmed Minuteman III intercontinental ballistic missile launches during an operational test at 12:21 a.m. Pacific Daylight Time 4 August 2020, at Vandenberg Air Force Base, Calif.
(U.S. Air Force photo by Senior Airman Hanah Abercrombie)

Un punto particolarmente fondante della strategia militare di Biden sarà il riesame dell’impiego delle armi nucleari e nuovi accordi in ambito internazionale.

Sul tavolo di Biden ci saranno diversi dossier tra cui la ripresa dall’Accordo sul Nucleare con l’Iran, firmato nel 2015 quando era Vice-Presidente di Obama, e l’inizio delle trattative per arrivare ad un nuovo trattato “New START” con la Russia come base per successivi accordi.

Il cambiamento dei piani strategici americani dovrebbe riguardare l’adozione di una dottrina del no-first use impiegando l’arsenale nucleare per la deterrenza e la possibilità di contrattaccare solo se necessario ad un altro attacco nucleare.

Attualmente per quanto riguarda la triade nucleare c’è il programma di sostituzione dei Minuteman III (110,6 miliardi di dollari), quello per i nuovi sottomarini balistici nucleari classe Columbia (128 miliardi di dollari per 12 battelli) e del bombardiere strategico B-21 Raider (80 miliardi di dollari).

Da sottolineare come diversi programmi di aggiornamento della componente nucleare sono iniziati sotto la Presidenza Obama.

Armi nucleari in possesso della Corea del Nord
TUBSderivative – CC BY-SA 3.0

Per quanto riguarda la Nord Corea appare lampante che la strategia di quando era Vice-Presidente non ha dato i risultati sperati. Kim non solo continua l’estrazione di uranio ma può impiegare missili SLBM (Submarine Launched Ballistic Missile) e ICBM (Intercontinental Ballistic Missile) con quasi 10.000 km di gittata (Hwasong-14).

Il suo obiettivo di denuclearizzazione della Corea del Nord, anche in accordo con la Cina, appare eccessivamente ottimistico dato il livello già raggiunto nel campo da Pyongyang. Sarebbe molto più raggiungibile un accordo per il controllo della produzione ed evitare la proliferazione.

Afghanistan

Come scritto sopra, Trump ed Esper non erano in buoni rapporti ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso sembrerebbe essere stata una nota, classificata, inviata da Esper alla Casa Bianca non molto tempo prima di essere licenziato.

L’appunto avrebbe riguardato alcune critiche del Segretario alla Difesa circa la possibilità di Trump di “ritirare le truppe dall’Afghanistan prima di natale” come l’indebolimento dei rapporti USA-Afghanistan e le prevedibili proteste degli Alleati. Nonché il rischio di creare un grave squilibrio esponendo le forze rimaste ad un vero e proprio assedio da parte dei talebani.

Nello stesso programma di Baiden è annunciato il ritiro da una parte del Medio Oriente. Il leader democratico, si legge, “vuole portare via il maggior numero di truppe dall’Afghanistan e focalizzarsi su missioni contro Al-Qaeda e ISIS” in modo da finire quelle che definisce “forever wars”.

Se è vero che le osservazioni e le preoccupazioni di Esper nei confronti del Tycoon sono condivisibili il medesimo discorso si può fare per Biden.

Il ritiro dell’Afghanistan, come qualsiasi altro ritiro senza aver raggiunto gli obiettivi prefissati, non può che essere doloroso.

Colln Jackson, alto dirigente del Pentagono sulla questione Afghanistan durante i primi mesi della Presidenza Trump, ha affermato al The Washington Post che “possiamo scendere a forse 4.500 (uomini,ndr) ma non possiamo andare a zero”. Gli stessi Generali al Pentagono sono molto scettici sul ritiro completo.

Sarà dunque un bel problema da risolvere come terminare la più lunga guerra combattuta dagli Stati Uniti, iniziata il 7 ottobre 2001, superando di due anni quella del Vietnam.

Dall’inizio del conflitto gli Stati Uniti hanno perso 2.420 soldati ed altri 20.719 sono rimasti feriti. I costi hanno raggiunto ormai un complessivo di 975 miliardi di dollari con uno stanziamento medio, per gli scorsi quattro anni, di circa 40 miliardi di dollari dal solo Dipartimento della Difesa.

Arabia Saudita

Il supporto degli Stati Uniti all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen è al centro di diverse polemiche a causa delle accuse verso Riad per il mancato rispetto dei diritti umani.

Nel marzo 2015 il Presidente Obama approvò il supporto logistico e di intelligence all’Arabia Saudita in supporto dell’intervento in Yemen per poi offrire, l’anno successivo, un corposo pacchetto da 115 miliardi di dollari per navi da guerra, elicotteri e relativa manutenzione. L’accordo era stato bloccato dopo che i sauditi avevano colpito un corteo funebre a Sanaa provocando oltre 140 morti.

Le trattative sono riprese nel 2017 quando il Presidente Trump ha annunciato la vendita di 110 miliardi di dollari di armi “immediatamente” e 350 miliardi di dollari in 10 anni. L’accordo è rallentato a settembre 2018 dalla votazione al Senato di una risoluzione per interrompere l’assistenza militare all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen con voto favorevole 56-41.

Il Presidente eletto Biden intende proseguire su questa strada interrompendo ogni supporto alla guerra guidata dai sauditi nello Yemen.

Tagli al budget

B-21 di Northrop Grumman

Le reazioni delle aziende della Difesa all’arrivo di Biden allo Studio Ovale sono perlopiù positive.

Tutte e tre le maggiori associazioni che accorpano l’industria della Difesa hanno rapporti sia con i democratici che con i repubblicani.

Durante la Presidenza Trump le spese militari sono cresciute di circa il 10% arrivando a 705 miliardi di dollari per l’Anno Fiscale 2021 con diversi importanti programmi ben finanziati.

Una voce autorevole che ha parlato sulla questione è quella di Gregory Hayes che è l’Amministratore Delegato di Raytheon, un colosso da quasi 100 miliardi di dollari di fatturato e 195.000 dipendenti in tutto il mondo.

Secondo l’AD la possibile riduzione degli stanziamenti per la Difesa da parte di Biden è “semplicemente ridicola” affermando “la Difesa è sempre stata una questione bipartisan e Biden è stato Vice Presidente e prima Senatore, penso che abbia un buon approccio alla difesa nazionale”.

Immagine di copertina: qui


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