Il Fezzan a volo d’aquila


Un frame dal video musicale di Sastanàqqàm dei Tinariwen

Focus sugli sviluppi della guerra civile nel sud della Libia nel periodo tra Giugno 2020 e Gennaio 2021.

1. Sfuma la prospettiva del “Sacco di Tripoli”: la “meridionalizzazione” del conflitto. Come è iniziata una nuova fase del conflitto libico e quali sono i suoi nuovi attori e baricentri.

E’ il 5 Giugno 2020 quando il lunghissimo assedio di Tripoli, durato più di un anno, termina con la riconquista da parte del Governo di Accordo Nazionale (GNA) dell’Aeroporto Internazionale della capitale. Nei giorni successivi, tutto il distretto Tripolitano è rapidamente rioccupato dalle forze fedeli al GNA del Presidente Serraj ed al Ministro dell’Interno Fatih Bashagha, rappresentante dei Misuratini, fazione armata di questo soggetto politico riconosciuto dalla comunità internazionale.

Le forze dell’LNA (Libyan National Army), sotto la guida del Generale Khalifa Haftar, sono state piegate dal basso morale delle proprie truppe, in gran parte mercenarie, dall’onerosa lotta casa per casa nel dedalo di strade del centro della Capitale, dalla lunga catena logistica che dalla Cirenaica riusciva a stento a rifornire il fronte con gli esigui mezzi a disposizione, e dall’impegno più marcato della Turchia, che ha provveduto all’invio di consiglieri e manpower fresco, formato da mercenari siriani temprati dall’appena conclusa battaglia di Idlib e galvanizzati in parte dal
fanatismo islamicamente connotato, e, in parte, dalle prospettive di guadagno e di acquisizione della cittadinanza turca (poi deluse, ndr).

Gli eventi danno una svolta decisiva alla posizione fino a quel momento fragile del GNA, mentre sembrano mettere fuori gioco l’uomo forte di Benghazi, che con la perdita anche dell’ultima roccaforte nella Tripolitania, la base aerea di Al-Watiya, sembra eclissarsi: scaricato dai finanziatori emiratini, stanchi di inviare mercenari sudanesi in un polverone che sembra essere perfino meno proficuo di quello Yemenita, compie alcuni viaggi al Cairo dal proprio soutener, il Presidente al-Sisi, mentre cerca di tenere insieme la relazione a distanza con il Cremlino e con la Wagner, la compagnia militare privata russa che agisce in concerto con l’agenda degli oligarchi, fornendo un prezioso supporto nell’operare asset di più alto livello nello scenario come i sistema di difesa aerea, principale scudo contro gli UCAV turchi che sorvolano la Libia.

La guerra civile libica sembra dunque abbassare i propri toni e la ratio militare nella risoluzione del conflitto lascia il posto ad un ritorno al dialogo politico tra il Governo di Tripoli e la Camera dei Rappresentanti di Tobruk all’interno della cornice promossa dalla Conferenza di Berlino nel Gennaio 2020: colloqui sotto la guida e gli auspici dell’ONU e la nascita di un “comitato congiunto 5+5”, attraverso cui è proclamato un cessate il fuoco tra le parti il 23 Ottobre 2020, che, ai giorni di chi scrive, è sostanzialmente in vigore effettivo. [1] [2]

Haftar lascia sprezzantemente Mosca il 14 Gennaio 2020, rifiutandosi di firmare il cessate il
fuoco promosso da Lavrov e Cavosoglu e già firmato dal premier Serraj. All’epoca il
Generale, nonostante lo stallo, considerava ancora possibile la presa “manu armata” di
Tripoli. A pochi giorni anche la Conferenza di Berlino si sarebbe conclusa senza un concreto
impegno alla pace.

Sebbene gran parte dell’attenzione mediatica e del core politico del Paese risieda nelle aree costiere densamente popolate, le fasce più interne, con i loro conglomerati urbani raccolti attorno alle oasi di acqua fossile o dispersi lungo le poche vie di comunicazione, rappresentano un’area egualmente interessata dall’evolversi del conflitto, che, anche se a
più bassa intensità, vede coinvolti in un complesso intreccio milizie locali formati sia da Arabi, ma anche da Touareg e Tobu, unità della Wagner, mercenari sudanesi e gruppi spesso senza nome e affiliazione, se non quello di un piccolo signore della guerra locale o comitato di affari talora comicamenti istituzionalizzati in Sindaco o Consigli Municipali della località in questione [3] [4].

Gli avvenimenti “costieri” del Giugno 2020 e il conseguente stallo suggellato poi da un cessate il fuoco, hanno influenzato profondamente anche gli attori e i fragili equilibri delle aree più interne, portando ad una “meridionalizzazione” del conflitto che ha trovato il proprio nuovo baricentro appunto nella regione del Fezzan, una delle tre Regioni Amministrative in cui è divisa la Libia, secondo una organizzazione che risale addirittura ai tempi dell’Africa proconsolare.

2. I doni e le maledizioni del Tenerè[5]: petrolio, acqua e uomini.

La non-secondarietà del Fezzan e il proprio significato strategico-economico.

Il Fezzan, tuttavia, non deve essere considerato di minore importanza nel valutare globalmente lo scenario libico, come una sorta di cornice o di spin-off soggetto passivamente alle decisioni e agli avvenimenti del Nord e non in grado di incidere sua sponte sulla trama principale degli eventi.

E’ qui, infatti, che risiedono molte delle risorse che dividono la Libia dallo status di “Stato Fallito”: risorse naturali come gas naturale, petrolio e acqua, e quello, addirittura più controverso, delle rotte migratorie; driving factors che garantiscono che l’attenzione da parte degli attori esterni sul Paese e sul suo conflitto rimanga sempre alta, con lo scopo, spesso solo formale, di farsi sponsor di una Pace equa e duratura.

Petrolio e gas – Espandendo quanto sopra, è sufficiente osservare alcune mappe per rendersi conto dello squilibrio di risorse in favore del Fezzan e delle aree più interne del Paese, con particolare riferimento al bacino di El Sharara, il più grande di tutto il Paese con una produzione di petrolio pari a fino 300.000 barili il giorno [6]:

Nelle vicende alterne che hanno interessato il Paese dal 2011, infatti, la National Oil Company (NOC), l’ente nazionale che si occupa della gestione delle risorse di idrocarburi del Paese dal 1970 (che è stato cuore, simbolico e sostanziale, della politica di socializzazione e nazionalizzazione economica della Jamahiriya) ha agito da punto di riferimento e stabilità internazionale, rilanciando il proprio ruolo dal 2016, quando le due NOC (l’ente era stato infatti smembrato in due parti, una per l’ovest e una per l’est del paese durante la prima guerra civile) si sono finalmente riunite.

Anche nelle fasi più aspre del conflitto armato tra GNA ed LNA la NOC ha garantito, con grande sforzo, la sicurezza degli investimenti delle compagnie petrolifere nelle concessioni sia onshore che offshore, fungendo, dunque, da centro di gravità rispetto ai partner internazionali economici della Libia, un punto fisso nel valzer mutevole dei partner politici dei contendenti, un organo tecnico che ha saputo fare da arbitro tra i rivali più accaniti.

Ecco che, allorquando nel 18 Gennaio 2020 le milizie fedeli ad Haftar bloccarono il terminal che garantisce l’esportazione del greggio proveniente da El Sharara, questo colpo di mano fu percepito come un vulnus ad un organismo superpartes garante dell’esistenza stessa della Libia, come il Presidente del NOC, Mustafa Senalla ha fatto notare nell’occasione: “Le strutture petrolifere appartengono al popolo libico e non dovrebbero essere usate come una carta per la negoziazione politica” [7], un commento forse di circostanza, ma che sottolinea l’esistenza di una linea rossa invalicabile, un minimo comune denominatore di unità nazionale che esiste e deve essere considerato sacro anche in un paese solcato da una diffusa logica settaria di conflitto.

Da Ottobre 2020, tuttavia, la nuova situazione politica ha permesso la ripresa della produzione nazionale, anche se tra i mille ostacoli dettati dal crollo del prezzo e della domanda del greggio a causa della pandemia di Covid-19.[8]

Acqua – Le strette relazioni tra le fasce costiere e interne – che come si è visto non sono subordinate in un nessun verso, ma paritetiche – non si limitano alla filiera degli idrocarburi dalla loro estrazione alla raffinazione e distribuzione, ma comprendono anche un bene essenziale, specialmente, nell’arida Libia: l’acqua.

Questa mappa mostra, infatti, il Great Man-Made River, una poderosa opera infrastrutturale che ha visto la posa della prima pietra nel 1983 e che garantisce la sicurezza idrica ai milioni di abitanti delle aree costiere, estraendo e trasportando l’acqua fossile dalle riserve del Sistema Acquifero Nubiano di Arenaria verso le principali città libiche, un sistema che vale per il 70% di tutta l’acqua utilizzata nel Paese [9].

Ancora una volta un altro elemento di stabilità della Libia e una risorsa fondante della civiltà stessa, trova il proprio cuore nel profondo del Fezzan, ma esposta alla mancata manutenzione e vulnerabile, così come le zone estrattive di gas e petrolio, a mosse azzardate, come quando nell’Aprile 2020 un gruppo armato non noto, ma forse su mandato di Haftar, ha bloccato la fornitura di acqua attraverso quest’opera alla capitale Tripoli, un gesto condannato duramente dall’ONU e che ha messo a rischio l’approvvigionamento di acqua potabile a più di 2 milioni di persone [10].

Uomini: dalla “Profondità Strategica” alla “Frontiera Profonda” – La Jamahiriya libica e le sue Forze Armate avevano già individuato nel Fezzan un elemento chiave nel garantire la sicurezza del Paese con l’uso di risorse sia convenzionali che ibride.

Dal punto di vista di un conflitto convenzionale, volendo fare un parallelo azzardato si può infatti comparare la vasta regione semi-desertica del Fezzan ad un braccio di mare con stretti colli di bottiglia: laddove il mare è un mare di sabbia, i colli di bottiglia sono le poche vie praticabili – se non asfaltate, almeno battute – e tutta l’area è costellata da un arcipelago
vasto e frastagliato di piccoli insediamenti con vario grado di urbanizzazione.

Ecco che per sua natura si vengono già a definire gli stessi ostacoli che caratterizzano lo scenario navale: una logistica complessa che non può reperire in loco praticamente nessuna delle risorse necessarie e che deve dunque essere autosufficiente, il rischio dello scontro in campo aperto senza possibilità di copertura e quindi la necessità di un robusto sistema di Early Warning, C2 (Command and Control) e ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) al fine di garantire la Situational Awareness necessaria nel muoversi in questo ambiente, e, infine l’esistenza di passaggi obbligati (se non altro per i mezzi più pesanti) che costringono allo scontro in ambiente ravvicinato, prono alle minacce asimmetriche come IED (improvised explosive devices) che annullano in gran parte il vantaggio tecnologico-addestrativo di una delle due parti.

In questo contesto il Fezzan diviene una roccaforte dal quale proiettare un cuscinetto di sicurezza che si approfonda in direzione di quelli che erano percepiti come i principali vettori di provenienza delle minacce securitarie per il regime di Gheddafi: il Nord, con il Mediterraneo che ospitava – e ospita tutt’oggi – la VI flotta statunitense, e le aree costiere di Egitto, Algeria e Tunisia.

Se il dispositivo NATO dalle basi situate nel Sud Europa, ed in particolar modo quella di Sigonella, avesse optato per una campagna aeronavale o un retaliatory strike (come in effetti accadde con l’operazione El Dorado Canyon), il Fezzan avrebbe garantito lo stand-off necessario tra le forze avversarie e gli asset strategici delle FFAA libiche, il cui impiego, per altro, avrebbe significato la volontà politica per Tripoli di impegnarsi in un conflitto ad alta intensità.

Per dimostrare questo si possono apprezzare due mappe. La prima mostra la disposizione – con un discreto grado di accuratezza – dei sistemi anti-aerei che hanno protetto la Libia fino al 2011 [11].

SA-2 ed il loro raggio in rosso, S-125 in blu, S-200 in viola

La seconda mostra la disposizione delle basi aeree della Al-Quwat al-Jawiya al-Libya, l’Aeronautica militare libica (non considerando gli aeroporti che avrebbero potuti essere riconvertiti in caso di necessità).

L’ombrello di protezione dello spazio aereo, nel suo complesso di SAM (Surface to air missile) e elementi dell’aeronautica si componeva, quindi, di una difesa di punto sulle città costiere, oltre al dispiegamento di sistemi a maggiore gittata come gli S-200 per l’interdizione delle acque vicine (vedi il Golfo della Sirte), insieme alla presenza di una flotta di caccia sempre a presidio della costa che contava su aeromobili di minor raggio e maggiormente multi-ruolo come Fishbed, Flogger, Fitter e Mirage F1.

Nelle basi di Al Jufra e nelle altre basi dell’entroterra erano invece di stanza gli assetti più preziosi delle FFAA libiche: i caccia da superiorità aerea Mig-25 Foxbat e i bombardieri di teatro Tu-22 Blinder, che pur con tutti i limiti di onerosità manutentiva delle flotte (più volte costrette a terra durante la vita operativa) rappresentavano il fiore all’occhiello per la protezione dei cieli libici e che dunque erano acquartierate nel Fezzan, dove era garantito lo stand-off dalle forze
nemiche di cui sopra.

All’occhio più attento non sarà sfuggita la presenza di un isolato sito SAM nell’area di Sebha. Ciò non è un elemento che indebolisce la tesi sopra esposta, ma anzi la rafforza, se si considera che proprio in questa località risiedevano le strutture legate al programma sia missilistico [12] che alle WMD (Weapons of Mass Destruction) libiche [13] [14].

immagini dal test di lancio di un vettore per satelliti avvenuto il 10 Marzo 1981 a Sebha per
conto dell’azienda aerospaziale della Germania Ovest OTRAG. Dopo la chiusura
dell’azienda nel 1984, secondo report dei servizi inglesi, ingegneri tedeschi e lo stesso capo
della compagnia Lutz Kayser hanno lavorato negli anni successivi in un programma
missilistico finanziato dalla Libia stessa per scopi militar
i

Nel caso di un’offensiva via terra dai paesi confinanti, che si sarebbe diretta con tutta probabilità lungo la costa per ovviare all’inferno logistico che avrebbe significato far transitare in assetto da combattimento interi reparti blindo corazzate attraverso l’entroterra, il controllo del Fezzan avrebbe garantito un’opzione tattica per evadere da uno scontro
head-on cui avrebbe costretto il vettore geografico di agglomerati urbani e vie di comunicazioni delle fasce costiere.

In questo contesto, unità blindo-corazzati e controcarro avrebbero potuto attendere in agguato nel Fezzan, relativamente protetti grazie all’istituzione di pochi checkpoint atti a bloccare le strade che collegano la costa con l’entroterra, per poi
sferrare al momento opportuno un flanking costiero per tagliare fuori dai collegamenti con le retrovie le forze nemiche e, in ultima istanza, bloccare ogni via di fuga.

Questo elemento tattico rimane cruciale anche nel contesto a bassa intensità della guerra civile come mostra la “linea rossa” dichiarata con toni roboanti dal Presidente Al-Sisi [15] nel Giugno 2020 tra Sirte e Jufra, che, nella realtà, riguarda in misura minore Sirte e maggiormente Jufra/Waddan.

In terza ed ultima analisi la “profondità strategica” del Fezzan risiede in quella che abbiamo definito come risorsa ibrida – e maggiormente politica – che era a disposizione del Raìs.

Nel 1979, infatti, Gheddafi istituì la Legione Islamica, un corpo paramilitare e internazionale Pan-Africanista e Pan Islamista con il preciso compito di garantire un’istruzione militare e un salario a molti giovani dell’area del Sahel, in particolar modo Tuareg, che in quegli anni stavano lottando contro alcune ondate di siccità e discriminazione, ma anche altre etnie delle sponde del Sahara che per le condizioni politiche dei propri paesi di origine erano costretti ad emigrare.

Il Fezzan divenne quindi un porto sicuro per accogliere e addestrare questi uomini, con il compito di trasformarli, più o meno consapevolmente, in una minaccia non convenzionale – visti anche gli scarsi risultati ottenuti come regolari durante la guerra libico-chadiana – una volta tornati nei paesi di origine alla conclusione del periodo di servizio.

Dalla regione fu dunque possibile garantire la protezione e la fornitura logistica necessaria a supportare le ribellioni Tuareg che attraversarono il Sahel – eccetto la Libia – a partire dai tardi anni ‘80, quando l’esistenza di questo corpo e la sua struttura di comando si persero e divennero grigie, passando in gran parte su canali covert atti appunto ad organizzare e coordinare le rivolte armate nei paesi confinanti con la Libia.

Questa eredità rimane viva tutt’oggi se si pensa che alcuni dei quadri dirigenziali del Partito Umma del Sud Sudan e dei
capi Janjaweed hanno avuto proprio in questi campi la loro prima formazione militare [16], e che anche i Tinariwen (il gruppo cui appartiene la canzone che vi sta accompagnando), nonostante siano originari del Mali, abbiano avuto modo di conoscersi proprio nei ranghi di questo corpo.

Muhammar Gheddafi con il leader del Burkina Faso Thomas Sankara, entrambi considerati
leader e fondatori del pan-africanismo. Anni più tardi Gheddafi fu tra i promotori della
fondazione dell’Unione Africana. Nei suoi ultimi giorni scrisse un accorato appello a Obama,
nel solco di questo spirito, rivolgendosi da Africano a Africano con il nome nativo di “Baraka
Hussein Abu Oumama”, nonché di “Nostro caro figlio”, quale figlio di tutti gli africani

E’ quindi l’insieme di queste tre componenti (lo stand-off degli assets più preziosi, il flanking costiero e la minaccia ibrida) che delimita la “Profondità Strategica” del Fezzan, intesa come capacità di creare spazio e cesura, delimitando un nucleo da cui proiettare sicurezza grazie ad una collocazione geografica favorevole, al fine di garantire la cogente necessità di difesa del Paese ed in particolare nelle proprie risorse di extrema ratio.

Se quindi il Fezzan pre-2011 è essenzialmente un luogo da cui si proiettano le capacità difensive, le vicende della Guerra Civile lo hanno reso invece un teatro – di impervio accesso, per l’appunto – dove è necessario, dalla prospettiva Europea, proiettare in profondità le proprie capacità di generare stabilità attraverso i propri apparati diplomatici, economici e militari: diviene dunque in quest’ottica una “Frontiera Profonda” dell’Europa. E’ evidente che con questa espressione
ci si riferisca alle rotte migratorie trans-sahariane.

Il Fezzan, ed in particolare la sua capitale, Sebha, sono al centro degli hub di snodo delle rotte transahariane.

Prendendo visione del documento di Settembre-Ottobre 2020 rilasciato dalla International Organization for Migration si può notare come il Fezzan sia la regione della Libia con la più alta concentrazione di migranti, con ben il 18% del totale, contribuendo tuttavia a meno del 10% della popolazione nazionale del Paese [17].

Un fenomeno, quello migratorio, che è divenuto parte integrante del tessuto economico del Fezzan, visto che il costo medio della traversata, sempre secondo il report, si aggira poco sopra i 1000$ e che metà del traffico transahariano passi proprio da Sebha, senza considerare l’impatto economico dell’utilizzo dei migranti come forza lavoro a basso prezzo.

Mentre l’attenzione ed il dibattito dell’opinione pubblica, nonché le risposte politiche, si concentrano sull’ultimo miglio, ovvero quello Mediterraneo, con l’annosa questione riguardante la sicurezza in mare, le attività di ONG, scafisti e la torbida Guardia Costiera libica, anche in relazione al buon gioco di do ut des che permette di instaurare il pretesto migratorio e umanitario con gli attori costieri, poco e niente è stato fatto nell’affrontare il problema andando a ritroso nelle tappe:Sebha, Agadez, Faya Largeau ed i paesi di origine.

Eccezione va fatta invece per due iniziative che, secondo quanto sopra evidenziato, operano nella giusta direzione.

La prima è il discusso trattato di Roma promosso nel 2017 dall’allora Ministro dell’Interno Minniti, che con fatica, e con l’uso del proprio sangue per sancire anch’egli l’accordo – aneddoto mai confermato – organizzò la pace tra Tobou, Tuareg e Awlad Suleimani, le tre tribù del Fezzan in perenne conflitto, al fine di organizzare un comando congiunto per pattugliare il confine di 350 km tra Libia e Niger con il compito di fermare i trafficanti di essere umani e che rappresenta una prova inaspettata della capacità diplomatica europea ed italiana di adattarsi alle inafferrabili logiche settarie delle tribù [18].

Tuttavia, i risultati di questo accordo, e lo status di questa pace, non sono ad oggi soddisfacenti ed il progetto si è arenato su sé stesso e sul discontinuo impegno italiano. In secondo luogo, come iniziativa mirata alla “Frontiera Profonda”, sebbene in una visione ristretta maggiormente agli aspetti anti-terrorismo, vi è la missione internazionale “Barkhane”, che dal 2015 opera in Mali e nei Paesi riuniti sotto l’organizzazione del G5 del Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Chad), con importante supporto in primis francese e dal 2020, con l’obiettivo di rilanciarne l’azione, più diffusamente europeo, tramite la Task Force Takuba cui dovrebbe partecipare anche l’Italia [19].

Il Ministro dell’Interno Minniti con i rappresentanti delle tribù a Roma per la firma del Trattato, 2017. Tra loro anche i rappresentanti degli Awlad Suleiman ed il Sultano dei Tobou di Libia Sheikh Zilawi Minah Salah

3.“Sastanàqqàm”[20]: i fatti raccontati in presa diretta

Dai tweet dei residenti, alle foto dei satelliti, alle testate locali: la cronaca

Le aree più impervie come il Fezzan sono luoghi che possono apparire ad un primo impatto mute ed inaccessibili, eppure in quest’era dell’informazione non vi è luogo che non si lasci sfuggire, talora con un certo ritardo, molti dei suoi segreti, almeno ad un’analisi attenta dei documenti a disposizione.

Wagner e la “Ritirata delle Valchirie”: nel contesto libico gli “omìni verdi” del Cremlino hanno avuto ben più difficoltà a passare inosservati: barbe lunghe e mimetiche più adatte al contesto desertico sono servite ben a poco di fronte alle evidenti differenze di carnagione ed equipaggiamento con gli uomini dell’LNA che li accompagnano di solito.

8 Giugno 2020: membro della Wagner in un alimentari vicino la base aerea di Al Jufra: via
Bashir Alzawawi

Tuttavia gli uomini della Wagner, la compagnia militare privata legata a Yevgeni Prigozhin e longa manus del Cremlino, non hanno mai cercato davvero di confondersi tra i miliziani di Haftar, bastando a Mosca la deniability del coinvolgimento militare diretto già garantito dalla non-regolarità di questa forza, anche perché il loro compito non è quello di aggiungersi al mucchio di battaglioni di tecnichal e vecchi blindati sovietici, ma quello di operare specifici assetti e assicurare capacità di più alto livello alle forze di Haftar.

In particolare, l’arrivo di questo corpo a partire dalla metà del 2019, ha permesso alle forze dell’LNA di ravvivare le proprie capacità di difesa aerea grazie all’introduzione nel teatro dei pantsir S1, un complesso di difesa aerea di punto a corto raggio, e grazie ad una più profusa manutenzione e riqualificazione dei velivoli ereditati dall’Aeronautica della Jamahiriya, ma i loro compiti non si sono limitati a questo: nel lungo assedio di Tripoli si sono occupati dell’utilizzo di designatori laser atti a guidare munizioni di precisione [21], del posizionamento di booby trap durante la ritirata dai sobborghi della Capitale che hanno reclamato la vita di molti nelle operazioni di bonifica [22] e infine di coordinare e addestrare le bande di milizie.

La presenza di questi mercenari, dunque, risponde a necessità di più alto profilo tecnico richieste nel portare avanti gli obiettivi militari di Haftar e dei suoi sponsor, non solo Russi, ma anche e soprattutto emiratini, che, come ha riportato il Pentagono [23], sono i principali finanziatori delle attività del gruppo nel paese, nonché i principali fornitori dei famosi Pantsir, sebbene questi siano di produzione russa.

Come è possibile evincere dalle foto a disposizione questo sistema appare spesso montato sullo chassis di fabbricazione tedesca SX MAN 8×8, peculiare variante acquistata dal regno del golfo, invece che su quello standard russo KAMAZ 6560, che è meno rappresentato nel conflitto libico.

Sistema Pantsir su portacarro, la foto risale all’8 ottobre nell’area nei pressi di Al Jufra. Lo
scafo riportato in foto è appunto quello tedesco SX MAN. Via Hasairi Ouais

A seguito della riconquista dell’Aeroporto Internazionale di Tripoli anche la Wagner fu costretta a ritirarsi dalle proprie postazioni avanzate su Tahruna da dove coordinava le azioni dell’assedio della Capitale, e dove, peraltro, è ormai noto che si è consumato un massacro di civili di proporzioni non ancora del tutto compreso, come hanno mostrato le numerose fosse comuni piene di corpi ammassati e spesso ritrovati con mani e piedi legati [24].

Se le forze “regolari” dell’LNA, tuttavia, hanno intrapreso la ritirata lungo la costa per riorganizzarsi sulla difesa di Sirte, agli uomini della Wagner è stato affidato il compito di coprirne il fianco sulla sponda interna: si sono così diretti, insieme a colonne di mercenari sudanesi del SLM/A (Sudan Liberation Movement/Army), una formazione dissidente dei tempi di Bashir, ora entrata nella coalizione del governo di transizione del Sudan, e dei Janjaweed, (un’altra milizia sudanese) verso il Fezzan.

Numerose foto e video dei locali, già a partire dalla seconda metà di Maggio (da dopo la ritirata da Al Watyiah) hanno documentato queste colonne motorizzate dirigersi verso Bani-Walid da Tahruna e poi verso Jufra e Sebha [25].

Queste immagini permettono di identificare dei tratti caratteristici delle forze Wagner: i sempre presenti Pantsir, sia nella versione emiratina che russa, gli MRAP Tiger, copia “ispirata” degli IVECO Lince LMV italiani, ma anche un particolare mezzo non standard delle FF.AA russe e che sembra proprio realizzato per le bushwars in cui operano questi contractors, ricordando, se non altro per filosofia, i Casspir Sudafricani, i cosiddetti Wagner-wagon, come sono stati definiti da Defence Blog, una versione blindata e armata con una torretta derivata dai BTR-82 degli autocarri Ural 432007 [26] [27].

Un Wagner-wagon o WAC (Wagner armoured carrier) in Libia, lo stesso mezzo è stato
avvistato anche in altri teatri in cui opera la Wagner, come Siria e CAR più recentemente.
Via Defence Blog.

Nelle settimane successive si susseguono ulteriori prove della ritirata verso sud di questa compagine di mercenari sudanesi e russi, che sono stati periodicamente fotografati nel Fezzan fino ad oggi [28] [29]: da Al Jufra a Sukhnah, da Sebha a Taminhint e Brak Al Shati, partecipano al concitato periodo di “meridionalizzazione” acuta del conflitto che coinvolge le aree ricche di risorse petrolifere della zona tra Giugno e Luglio 2020, come certifica in un comunicato del 26 Luglio il NOC, che riporta la presenza della Wagner e dei Janjaweed all’interno del sito estrattivo di El Sharara, da dove erano state scacciate con facilità le volubili forze del PFG (Petroleum Facilities Guard).

La convivenza con i locali non è certo facile e deflagra in due occasioni: la prima è a Luglio quando secondo Libya Observer a Houn le proteste contro la presenza delle forze Janjaweed si concludono con una campagna di arresti sommari condotte dal 128esimo battaglione dell’LNA e l’altra, a fine Dicembre, dopo l’ennesimo sopruso perpetrato ai danni degli abitanti di Al Jufra da parte di mercenari sudanesi [30].

In definitiva, si può dire che la scelta di limitare la presenza delle forze “regolari” della Cirenaica nella regione del Fezzan ai soli battaglioni 116, 128 e 160 corrisponda alla necessità di evitare la politicizzazione della gestione del controllo militare della zona e delle sue risorse (petrolio, acqua, migranti, ma anche gli aerei cargo e caccia di stanza ad al Jufra), bypassando sia gli organi di Tobruk che impedendo colpi di mano agli ufficiali vicino ad Haftar, garantendo un filo diretto con gli sponsor esterni dell’LNA suggellato dalla relazione mercantile tra il finanziatore ed i mercenari, oltre che assicurando la protezione della zona grazie alle capacità di più alto profilo della Wagner sia in materia di difesa aerea di fronte alle incursioni dei droni turchi in campo aperto, che in materia di long range patrol in uno scenario a bassa densità di truppe, laddove, invece nella guerra di attrito sul fronte Sirte, è la necessità di manpower sacrificabile negli scontri casa per casa e nelle ripetute incursioni a delineare il profilo dello scontro.

L’Aquila e la Mezzaluna. Definire le logiche di conflitto del Fezzan all’interno della cornice dei due grandi rivali libici di Tripoli e Benghazi è quanto mai riduttivo: se le pretese di potere su scala nazionale ed unitaria dei due soggetti politici fanno sì che nessuno dei due possa fare a meno del controllo e del dialogo con il Fezzan e le sue risorse, le logiche tribali
di questa regione solcata dalle lotte ataviche tra Tuareg, Tobou, le tribù dei Qadhadhfa (la stirpe del rais) e quella degli Awlad Suleiman esistono a priori degli eventi della guerra civile e se gli anni di regime di Gheddafi hanno significato pace relativa solo nel senso di potere de facto indiscusso della fazione dei Qadhadhfa, quelli post-2011 sono vissuti solo come
un’ulteriore fase ed evoluzione del conflitto settario che risulta immutato nella sua sostanza.

Ciò non significa che non ci sia spazio per gli eventi “costieri” di affacciarsi sugli equilibri di queste fazioni, che, infatti, non sono per niente riluttanti a instaurare alleanze sulla base della convenienza del momento con assoluta spregiudicatezza, proprio come è avvenuto nella fase di “meridionalizzazione” acuta che ha travolto il Fezzan dopo la fine dell’assedio su Tripoli, con un colpo di reni delle forze tuareg di Ighlas Al Targi, pronte a cavalcare l’onda dei successi militari del GNA per accumulare potere nel sud della Libia.

Documenti redatti dalle milizie Tuareg: quello a sinistra documenta la “liberazione” portata
dall’arrivo delle forze dell’LNA nel Fezzan nel Febbraio 2019, cui viene dato il benvenuto,
quello a destra è dell’8 Giugno 2020 in cui le milizie giurano fedeltà al GNA. E’ interessante
notare la simbologia dei timbri adottati dagli enti e dai reparti militari delle due fazioni che
controfirmano la dichiarazione: quelli dell’LNA con l’onnipresente falco Quraish, simbolo del
nazionalismo arabo e del panarabismo, ereditato dalla simbologia della Jamahiriya, quelli
del GNA con la mezzaluna e la stella, più vicini alla bandiera e agli stemmi dei Senussi e del
Regno di Libia e con una maggiore connotazione islamica.

L’8 Giugno le forze Tuareg di Ighlas Al Targi, di stanza ad Ubari, annunciano di essere pronte a ricevere ordini dal GNA tramite la figura del generale Ali Kanna, papavero del regime di Gheddafi al comando di forze straniere reclutate in Niger e Mali ed operante nel Fezzan e costretto all’esilio tra il 2011 ed il 2016 [31] [32].

Questo evento porta a concitati colpi di mano ed occupazioni dei due siti estrattivi di El Feel e El Sharara che si susseguono in un escalation fino al 12 Giugno, quando il NOC chiede la fuoriuscita delle milizie dai campi petroliferi a seguito di un attacco aereo che avrebbe coinvolto uno dei siti, dal momento che le uniche forze autorizzate ad entrare nei perimetri di queste strutture sono le lascive PFG (petroleum facilities guard).

Tra l’8 ed il 9 Giugno le forze tuareg avevano occupato i siti estrattivi, ordinandone l’apertura, evento a cui il 128esimo e il 116esimo battaglione dell’LNA di stanza a Sebha avevano risposto con lo scontro armato su mandato (smentito in seguito) delle “tribù”, a cui si erano unite forze Tobou antagoniste dell’LNA e alcune unità delle PFG di Mohamed Khalifa, costringendo a continue aperture e chiusure dei siti estrattivi anche a distanza di poche ore, un vulnus gravissimo per la martoriata economia libica e per il NOC [33][34][35][36].

La situazione sembra dunque cristallizzarsi dopo l’appello dell’ente libico, quando, secondo Jalel Harchaoui e Libya Monitoring, il 26 Giugno le forze Wagner e i mercenari sudanesi fanno ingresso nella parte orientale del campo di El Sharara, assicurandosene il controllo con l’installazione di alcune fortificazioni.

Ma Sebha non è solo capitale del Fezzan, è anche capitale dei traffici della Libia: uomini, droga, ma anche miliziani e jihadismo.

L’LNA cerca da sempre di legittimare le propri attività con la lotta all’estremismo islamico, non perdendo occasione per gettare una luce torbida sui contatti del GNA con la fratellanza musulmana e altri gruppi islamicamente connotati.

E’ quindi nel periodo di fine Agosto, dopo alcune proteste dei locali sulle condizioni di vita, non ascoltate dalle autorità centrali [37], che le forze della Cirenaica lanciano una campagna di combing and patrolling delle aree cittadine e rurali, spingendosi nell’area di Bir Tahala nei pressi di Ghat e imponendo checkpoint sui passi montuosi dell’Akakus al confine con l’Algeria [38], e sgominano con un blitz (opportunamente filmato) una cellula affiliata all’ISIS nella città di Sebha ed un’altra, stavolta legata ad AQIM (Al Qaeda in Islamic Maghreb) nei pressi di Ubari in Novembre [39] [40].

Rinforzi del LNA si dispongono nel quartiere est di Sebha, alla sua periferia, per poi
scomparire poco dopo. La scelta di questo luogo non è casuale, dimostra la necessità di
mostrare la propria presenza nella città, ma ci dice anche che l’LNA non ne ha il completo
controllo. Sono forse le milizie tribali che ne vietano la presenza nel centro urbano?

Dopo un apparente periodo di calma estiva il conflitto settario si riaccende nell’area di Sebha e Ubari alla fine di Novembre, quando la morte di Hajj Abdelsalam Inqaji, esponente della famiglia degli El-Jtawlow, innesca una serie di scontri interni alla tribù araba dei Qadhadhfa, in una lotta che i battaglioni 128 e 116 dell’LNA tentano di placare inutilmente, mentre gli anziani della tribù chiedono alle forze della Cirenaica di non intromettersi [41].

Il momento di evidente debolezza e divisione interna della tribù in questione, non sfugge ai rivali che cercano immediatamente di capitalizzare.

Prive dell’appoggio delle forze locali, i battaglioni del LNA vengono attaccate dalle forze tuareg passate al GNA. Il portavoce del Southern Operation Room dell’LNA conferma che il 128esimo e il 116esimo sotto il comando di
Mabrouk Sahkban hanno ingaggiato lo scontro tra Sebha e Al-Ubari, anche se, come riportail Libya Monitoring, gli scontri non hanno sortito nessun guadagno territoriale.

Fortunatamente per gli uomini di Haftar lo scontro intestino nella tribù dei Qadhadhfa si conclude pochi giorni dopo, il 13 Dicembre, tramite la mediazione e gli auspici del Comitato di Riconciliazione delle tribù dell’est, un’istituzione con fini diplomatici alle dipendenze della Camera dei Rappresentanti di Tobruch [42].

Tuttavia, ancora a Gennaio, la situazione viene definita molto tesa dai tweet di Oded Berkowitz, laddove si registrano piccole scaramucce nei quartieri di Sebha come la piazza di Tariq, le zone di Mansheya e Mahdia, tra i gruppi affiliati a GNA e LNA, costringendo questi ultimi a dover rimanere nei rispettivi perimetri: Tindi Camp per il GNA, ad Ubari, e Sokrah Camp, a Sebha, per LNA[43].

In definitiva il contesto delle rivalità tribali del Fezzan si caratterizza da volatilità, incertezza, ed ambiguità. Con l’inizio di un lungo processo di colloqui politici sotto l’egida ONU atti a formare un nuovo esecutivo unitario della Libia [44], Sebha e la sua regione potrebbero essere un loose end della roadmap verso la pacificazione e l’unità.

Infatti ci si dovrebbe chiedere quanto la decisione di proseguire con la tattica del divide et impera tra i gruppi locali da parte di Tripoli e Benghazi possa garantire la sicurezza sul lungo periodo, senza occuparsi attivamente di ridefinire un nuovo status quo e nuovi meccanismi intrinseci del settarismo del Fezzan, stavolta atti ad una risoluzione pacifica delle contese e ad una divisione certa di poteri e risorse.

Fino a quando si potrà garantire che i legami e le affiliazioni delle milizie locali con il GNA o l’LNA, sempre proni ad un nuovo mescolamento delle carte in gioco, risulti in un sostanziale stallo, attesa, procrastinazione di una nuova acuzie del conflitto?

Insomma, si deve riconoscere la situazione paradossale in essere: sono le forze dei due grandi rivali politici della Libia, costretti faccia a faccia nella città di Sebha, a dover garantire il peacekeeping e la mediazione inter e intra-tribale, laddove nel resto del paese si fronteggiano quotidianamente.

Inoltre, la non governabilità del Fezzan, che sembra endemica, potrebbe offrire il casus belli, di fronte anche ad improbabili e pretestuose rivendicazioni politiche, a dei gruppi oltranzisti di minare e forzare, tramite l’escalation, lo
stop al delicato processo politico. Ancora una volta, è la costa della Libia a non poter fare a
meno del Fezzan, né per la guerra né per la pace.

4.L’appalto per la “Fortificazione alla Moderna”

La base aerea di Brak Al-Shati come caso-controllo del modus operandi dell’LNA.

La base aerea di Brak Al-Shati si trova poco distante dalla città di Brak, già nota per il suo coinvolgimento nella guerra civile libica durante i feroci scontri del 2017, che fecero molto scalpore anche tra le fila dell’ONU e dell’Unione Africana, era una base aerea secondaria della Libia di Gheddafi come si può dedurre dalla presenza di sole due piste, pochi hangar
rinforzati, con il più delle postazioni per i velivoli che si trovano all’aperto, munite solo di terrapieni, e dal fatto che gran parte delle carcasse dei vecchi mezzi sia rappresentato dai caccia da addestramento avanzato/attacco leggero L-39 Albatros, prodotti dalla all’epoca Cecoslovacca Aero.

Questo caccia è un mezzo robusto, poco esigente manutentivamente, economico e in grado di trasportare, all’esigenza, anche un modesto carico bellico e per questo estremamente prolifico tra i paesi vicini al blocco sovietico, tanto che l’Aeronautica libica arrivò ad operarne una flotta formata da addirittura 100 di questi aerei.

Queste condizioni, unite al fatto che questa installazione sia ad uso esclusivamente militare e lontano dal centro abitato, permettono dunque di analizzare, grazie all’uso delle immagini satellitari ad alta risoluzione disponibili, come a partire da una scarna ossatura, si articoli un build-up dell’LNA, sotto il tutoraggio dei propri partner.

Le immagini offerte da Maxar Technologies del 5 Aprile 2020 rappresentano la maschera di partenza. Mostrano la base quando questa era ancora lontana dal fronte, che allora si attestava nelle profondità delle viscere della Capitale. Non si nota particolare attività sulle piste. E’ una struttura tutto sommato in decadenza, con notevoli danni agli unici due hangar
rinforzati, verosimilmente risultati dagli strike della NATO, dal momento che i crolli sulla copertura compaiono dopo il 2011, tuttavia qualcosa sembra muoversi, un convoglio passeggero di tecniche e alcuni autocarri lo attraversa, per poi scomparire nelle immagini di Maggio, e un altro sosta brevemente tra Maggio e Giugno nell’area est della base.

Due sono gli eventi prodromici che mostrano un rinnovato interesse dell’LNA nei confronti di questa struttura.

Il primo è un report di Bashar Alzawawi: nei giorni di fine Giugno in cui numerose fonti citate prima nel testo e la NOC stessa riportano lo schieramento di forze Wagner e mercenari sudanesi nei giacimenti petroliferi del sud, l’autore aggiunge che elementi di queste forze si stanno disponendo anche in altre aree del Fezzan tra cui Taminhint e proprio Brak.

L’altro evento pare quasi aneddotico a primo impatto, ma non lo è se comparato con alcune immagini che vedremo in seguito: un L-39 in forza all’LNA è costretto ad un atterraggio di emergenza al confine tra Libia e Niger, riporta danni minori e viene recuperato pochi giorni dopo, il 29 Giugno[45].

A giudicare dalle foto a disposizione, scattate da curiosi Tebou che si trovavano sul luogo dell’evento, non era armato e aveva con sé due serbatoi esterni, ad indicare che si trovasse in una missione di ricognizione a lungo raggio, un segno importante del fatto che dopo gli eventi di “meridionalizzazione” acuta di inizio Giugno, per l’LNA vi fosse necessità di rivedere daccapo la lista delle minacce e dei fronti percepiti come primari.

La demarcazione della linea rossa fatta a fine dello stesso mese dal Presidente Al-Sisi tra Sirte e Jufra, gli sconvolgimenti politici creati dai Tuareg del Fezzan ora fedeli a Tripoli, e la penetrazione in profondità delle forze del GNA fino ad As-Shwaryf e dintorni, poco a nord di Brak, appunto, hanno evidenziato la centralità di questa facility, dalla quale è possibile mantenere in sicurezza il lungo corridoio da Jufra e Sebha e lanciare missioni aeree sia verso il fronte sud che in direzione delle forze del GNA a nord, garantendo al contempo la sicurezza degli asset (cosa che non sarebbe possibile, ad esempio, nella base di Sebha che si trova in mezzo al centro abitato con le sue fazioni locali).

La situazione a Brak subisce una accelerazione tra fine Agosto e i primi di Settembre, con l’arrivo di altri velivoli e mezzi logistici, come mostrato in questa tavola.

Inoltre non è affatto casuale che L-39 in questione voli proprio da Brak Al Shati. E’ infatti prassi comune della guerra civile libica il cosiddetto “cannibalismo” dei mezzi. A causa dell’embargo sulle armi nei confronti della Libia istituito nel 2011 (sebbene questo sia stato più volte violato), per le ristrettezze economiche e la mancanza di know-how è risultato estremamente complesso mantenere operativi i mezzi ereditati dal regime di Gheddafi e si è spesso ricorsi alla tattica di usare parti di più unità per unirle in un unico mezzo funzionante. La base di Brak Al-Shati, in particolare, ha a disposizione numerose carcasse di L-39 da cui attingere parti di ricambio per questo unico velivolo ancora funzionante. 

Il 22 Settembre le immagini satellitari mostrano che da un Hangar nell’ala sud della base di Al Jufra (più a nord di Brak) è in partenza un convoglio di due mezzi. Il primo sembra a tutti gli effetti un sistema Pantsir, e, sebbene la mimetica verde possa far pensare ad una variante russa su scafo kamaz, non è possibile determinare con certezza quale modello di questo sistema sia. E’ montato su un porta-carro, parrebbe quindi non in partenza per un pattugliamento, ma più per un vero e proprio ridispegamento a più lunga distanza. Poco più in basso nell’immagine un autocarro sembra lo stia attendendo. Queste immagini sono in linea con quanto riportato da KRS Intel il 23 Settembre di un convoglio di quaranta veicoli tra cui alcuni blindati e almeno un Pantsir partiti da Jufra in direzione sud.

Tornando a Brak l’immagine successiva disponibile è del 29 Settembre. Qua la tavola al riguardo. 

Innanzitutto, si nota che è stato eseguito un lavoro di razionalizzazione della base con lo spostamento di tutte le cellule di L-39 a nord nella parte sud della stessa. Inoltre si continua ad osservare nella parte ovest sull’apron ancora l’Hind delle immagini precedenti e l’L-39, che stavolta non sembra soggetto a manutenzione e si trova in una posizione leggermente diversa dalla precedente, probabilmente di ritorno da qualche missione di volo.

Ciò che è maggiormente interessante è che pare che il convoglio in partenza da Jufra fosse effettivamente diretto qui, come mostra la comparsa di alcuni materiali nel centro della pista, ma soprattutto la presenza dei due veicoli evidenziati nell’immagine precedente. Il mezzo che accompagnava il Pantsir (che si trova schierato a protezione dei velivoli ad ovest) potrebbe essere con tutta probabilità un radar di supporto a questo sistema antiaereo, con il compito di sorveglianza aerea e/o early warning.

Gran parte del dibattito attorno alla reale efficacia del sistema Pantsir, in particolare nello scenario libico, ruota attorno a principalmente tre fattori. Il primo riguarda la qualità dei mezzi e dell’equipaggio: non è mistero infatti che i Russi, a partire dall’epoca sovietica, siano soliti creare varianti downgraded pensate per l’export dei propri sistemi d’arma e in effetti la parte maggioritaria dei Pantsir in servizio in Libia sono rappresentati dalle varianti emiratine.

Ancora, l’equipaggio di questi sistemi non è formato da regolari, ma da uomini della Wagner, dei quali si può pensare che la formazione e l’addestramento non siano dei migliori. Il secondo e terzo fattore sono in parte collegati. Infatti, ci si può chiedere se la performance, non sempre brillante, di questi sistemi nell’assedio di Tripoli, non possa essere in gran parte dovuta alla superiorità dei suoi avversari: la sinergia tra i sistemi di guerra elettronica Koral e dei droni armati TB2 operati dai turchi, con una Radar Cross Section ridotta e in grado di ingaggiare da una certa distanza i Pantsir potrebbe essere stata estremamente efficace contro questo sistema di difesa. Infatti, ed è questo il terzo fattore, i sistemi anti-aerei russi sono pensati per operare in un network stratificato composto da numerosi SAM (surface to air missile) e radar con caratteristiche e compiti diversi integrati tra di loro. La comparsa di quello che potrebbe essere probabilmente un radar di supporto al Pantsir nelle immagini a nostra disposizione starebbe ad indicare che la Wagner abbia appreso un’importante lezione dalle proprie sconfitte precedenti.

Infine, si deve notare che, sia nell’immagine del 29 Settembre che nelle successive, il sistema Pantsir si trova in posizioni diverse nella base ma sempre orientato perfettamente lungo l’asse Nord-Sud e diretto verso nord. Questo potrebbe essere sia banalmente legato al fatto che possibili minacce airborne potrebbero con più probabilità provenire da nord, dove si trovano le forze del GNA, ma è opinione dell’autore che questo fatto possa essere legato ad una possibile scelta tattica nell’operare questi sistemi. Orientare verso Nord il sistema Pantsir è utile per limitare la quantità di raggi solari e, quindi, di calore (particolarmente rilevante nel deserto del Fezzan) che colpisce il veicolo, questo, sebbene possa essere buona norma generale per evitare i danni ai sensori legati al continuo irraggiamento, potrebbe servire in particolare per mantenere il più freddo possibile e, quindi, il più sensibile possibile il sistema di tracking and guidance del Pantsir su base elettro-ottica (ed in particolare attraverso la banda infrarossa).

E’ ragionevole pensare che, sia per evitare le misure di guerra elettronica dei mezzi turchi, sia per non dar via la propria posizione ai droni turchi e ai loro sistemi SIGINT (Signals Intelligence) BSI-101, gli uomini della Wagner abbiano scelto una tattica per cui i droni siano scovati e tracciati tramite il radar di sorveglianza a supporto, poi il bersaglio sia acquisito grazie ai sistemi elettro-ottici e, solo all’ultimo istante e se necessario, sarebbe acceso il radar PESA per guidare il missile verso il bersaglio. 

Il Sistema SIGINT prodotto dalla Baykar direttamente dal catalogo dell’azienda.

L’altro mezzo di particolare interesse è il nuovo velivolo che appare sulla pista nella foto di Settembre. E’ un aereo ad elica, della lunghezza di 11 metri e della apertura alare di circa 15-16 metri. Il primo mezzo con il quale si potrebbe identificarlo è un Pilatus Pc-6 Porter, un mezzo ubiquitario, che conta numerosi operatori sia civili che militari ed ha anche una storia come piccola cannoniera volante ai tempi della guerra del Vietnam.

Peraltro, tale velivolo non rientra nell’inventario dell’Aeronautica dei tempi di Gheddafi ed è, dunque, un mezzo importato nel conflitto; tuttavia, è noto che la Wagner operi una flotta di questi mezzi con compiti di ricognizione, logistica e supporto a terra, come mostrato chiaramente dalle foto postate da Regis Mandaba e Guido Olimpio a fine Dicembre da un altro teatro dove opera questa compagnia, la Repubblica Centrafricana.

Foto del Pc-6 dalla Repubblica Centrafricana. Nelle foto non sono presenti le ali del mezzo, che avrebbero fornito maggiori informazioni sia sulla variante, dal momento che alcune di queste, specialmente quelle ad uso militari, montano dei serbatoi aggiuntivi sulle porzioni esterne, sia sulla presenza di piloni per l’impiego di bombe a caduta libera, razzi o altri pod, elementi che avrebbero potuto aiutare ad identificare con più sicurezza il mezzo di Brak Al-Shati. 

L’altro aereo con il quale si potrebbe identificare questo misterioso mezzo è un velivolo nato come cropduster, un aereo agricolo con il compito di spruzzare pesticidi e concimi, come un Ayres Thrush o un Air Tractor.

In particolare quest’ultimo, l’AT-802, è un mezzo anch’esso ubiquitario sia con operatori civili che militari e che si presenta in varianti armate, tra cui spicca l’AT-802L Longsword, prodotto dalla L3 Technologies, che concorre nel programma promosso dal Comando delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti noto come “Armed Overwatch”.

Questa versione ed altre versioni armate come l’AT-802U sono in servizio con due importanti sponsor di Haftar quali Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Entrambi i Paesi hanno schierato questo mezzo nel corso degli anni nello scenario libico, grazie al suo discreto carico bellico, alla robustezza, alla lunga autonomia, alla capacità di operare da piste sterrate e alla necessità di minima manutenzione.

In particolare nel 2016[46] gli Emiratini hanno schierato questo mezzo insieme a droni armati di produzione cinese Wing Loong nella base aerea di Al Khadim, nella Cirenaica, mentre l’Aeronautica Egiziana nell’estate del 2020 ha sottoposto a rinnovo e ad ampliamento la base di Uthman, nei pressi di Siwa, al confine con la Libia in un’oasi nel profondo del deserto, proprio per ospitare questi aerei[47].

Due degli AT-802 egiziani visibili ad Uthman Air base a Luglio 2020. Via Ahmed Abdo

L’altro elemento che caratterizza l’attività attorno alla base di Brak Al-Shati è la sua difesa dalle minacce terrestri.

Nello scenario del Fezzan, a bassa densità di forze, la difesa di un perimetro in campo aperto e semidesertico, isolato da aree urbane, è un compito ricco di sfide.

Nell’eventualità di un attacco a questa installazione si assisterebbe ad una replica di quanto avvenuto per la base di Al-Watyiah nel Maggio 2020, allorquando il GNA lo sottrasse alle forze di Haftar. In quell’evento più ondate di uomini e tecniche delle forze di Tripoli lanciarono ripetuti tentativi di sfondare il perimetro, in una situazione di estrema fluidità delle posizioni dei due schieramenti opposti, senza postazioni a sostegno dell’una o dell’altra forza, quasi come in una giostra di cavalleria.

In questo senso l’approccio dell’LNA è radicalmente mutato, e le forze di Haftar sembrano ormai arrese per molti aspetti ad una guerra di posizione, con l’idea di esserci per rimanerci, con la necessità, dunque, di articolare il perimetro difensivo secondo l’orografia naturale di questo teatro, su più perimetri concentrici, con terrapieni, postazioni rinforzate per mortai, per tecniche, casematte e trincee. Tra Settembre e Ottobre, mentre andava maturando la decisione politica di un cessate il fuoco atto a congelare la linea del fronte, erano visibili estesi lavori di riqualificazione delle difese della base, con la creazioni di numerose postazioni di fuoco variamente articolate.

In giallo le fortificazioni visibili al 10 Ottobre 2020, frutto dei lavori di Settembre, attorno al perimetro della base[48]

I lavori continuano anche nei mesi successivi e si svolgono verosimilmente sotto la supervisione della Wagner, che, a quanto pare, ha una vera e propria divisione di movimento terra. Quanto avviene a Brak Al-Shati non rappresenta un unicum né del modus operandi della Wagner, che infatti da Luglio ha iniziato la costruzione di una serie di fortificazioni simili anche sulla strada che collega Sirte a Jufra, la famosa “linea rossa” del Presidente Egiziano, né tantomeno di altre forze, ben diverse, che tuttavia si trovano ad operare in contesti simili, come i francesi in Mali nell’ambito della Operazione Barkhane. 

A sinistra, una Forward Operative Base appartenente al contingente francese in Mali, a destra una delle fortificazione lungo la linea Sirte-Jufra. 

Non sfuggirà, inoltre, l’evidente file rouge che lega l’architettura di queste moderne postazioni ai forti del Rinascimento, noti dai loro contemporanei come “Fortificazione alla Moderna”, in Italia, e “Fortificazione all’Italiana” nel resto d’Europa. Infatti, sia le strutture storiche che queste a noi contemporanee, rispondono all’esigenza di dover proteggere postazioni potenzialmente aggredibili a 360 gradi, garantire protezione dall’artiglieria nemica, (ed è qui evidente il parallelo tra il muro obliquo del forte rinascimentale ed il solido, economico e rapidamente edificabile terrapieno di sabbia e terra), nonché garantire al contempo per gli occupanti protezione e una geometria di fuoco ottimale, tramite “gole”, “bastioni”, postazioni di fuoco a diverse altezze, contro forze nemiche in grado di assalire con dirompenza e rapidità, da cui difendersi senza la possibilità di sfruttare una posizione geografica sopraelevata di vantaggio. 

Dettagli di alcune delle postazioni nella base di Brak Al-Shati. Vengono costruite sia a partire da strutture preesistenti come i parking spot per i velivoli nell’esempio in alto a sinistra che ex-novo. Si noti in basso a destra l’impressionante somiglianza con i “bastioni” dei forti rinascimentali. 

L’appalto affidato alla Wagner di fortificazione della base non si arresta ad Ottobre con il cessate il fuoco ma, anzi, si amplia, delimitando una architettura complessa e su più strati, con postazioni più distanti dalla base e altre nel suo interno, proprio come i suoi antenati del Rinascimento.

Foto aggiornata al 31 Dicembre delle postazione a difesa della base, alcune sono distanti e fungono forse più da postazione di sorveglianza

Infine, in questa tavola, la comparsa di un nuovo mezzo nella base, di identificazione tuttavia incerta, insieme ad un elemento fortemente indicativo di consiglieri russi nell’area, che mantengono la tradizione nazionale di protocolli di sicurezza quantomeno permissivi nel maneggiare equipaggiamento e materiali esplosivi.

5. Conclusioni 

Un punto e virgola nel Fezzan e nella Guerra Civile Libica. 

In conclusione di questa analisi, la situazione nel Fezzan rimane estremamente volatile ed ambigua, e. mentre tutti gli occhi e le attenzioni sono concentrate nei cuori politici di Tripoli e Tobruk, finalmente in linea di riappacificazione, lungo un difficile percorso politico sotto gli auspici e talora il wishful thinking dell’ONU, sebbene i segnali siano stavolta concreti, questa regione rischia di rimanere esclusa ed amareggiata dal processo, a danno dei Libici e dell’Europa, fuori dalle logiche costiere e dai costumi istituzionalizzati e occidentalizzati, in un luogo Profondo, e avulso dal tempo. 

Nota Finale: Per completare l’analisi del Fezzan sarebbe stato necessario includere l’attività nella base di Jufra e ricostruire l’evoluzione della linea Sirte-Jufra, ma ciò non è stato possibile per evitare eccessiva prolissità. Non si esclude che un ulteriore lavoro riguardo questi due temi possa essere fatto nel prossimo futuro. 

Fonti

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  2. Libyan sides agree plan on implementing ceasefire deal/UN News
  3. Libya Panorama: “I componenti della società civile di Al Urban annunciano la loro affiliazione
  4. con il GNA e chiedono al Consiglio Municipale e ai servizi di sicurezza di agire di
  5. conseguenza” 4-6-2020
  6. Aymen Bilhol: “Dichiarazione degli uomini di Ubari e dei loro combattenti rinnova il loro
  7. supporto e la loro resistenza per il GNA, e sono pronti a ricevere ordini da Ali Kanna
  8. (generale tuareg ndr), che è leale al governo di Tripoli.” 8 Giugno 2020
  9. “Tenerè” significa deserto in Tamasheq, la lingua dei Tuareg.
  10. Libya to resume oil production at largest field (republicworld.com)
  11. Pro-Haftar forces ‘block oil exports’ from key Libya ports | Middle East News | Al Jazeera
  12. Libya Reopens Last Major Oil Field in Another Blow to OPEC+ – Bloomberg
  13. Libya′s Great Man-Made River irrigation project: The eighth wonder of the world? –
  14. Qantara.de
  15. UN condemns water cutoff to Libyan capital Tripoli | Coronavirus pandemic News | Al Jazeera
  16. The Libyan Air Defense System. Libya’s Surface to Air Missile (SAM) Network – Global
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  20. Telegraph 13 August 2007, p. 16
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  24. 2006 census, based on the sum of population of districts Murzuq, Sabha, Wadi al Hayaa,
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  26. https://openmigration.org/en/analyses/the-new-european-border-between-niger-and-libya/
  27. Task Force Takuba: anche forze speciali italiane contro i jihadisti in Sahel? – Analisi Difesa
  28. “Dimmi” in lingua Tamasheq. Un’esortazione a cercare i fatti per ricostruire gli eventi salienti.
  29. Chinese GP6 guided artillery projectiles in Libya – Armament Research Services
  30. Libya: 25 killed clearing Haftar’s landmines (aa.com.tr)
  31. UAE accused of funding Russian rebels in Libya | World | The Times
  32. Come la Russia di Putin coccola e arma Haftar in Libia – Startmag
  33. رتل تابع لمرتزقة “الجنجويد” على طريق المطار بمدينة “بني وليد” بعد هروبهم من محاور القتال” :Twitter su صحيفة االستقالل .25
  34. طرابلس #العاصمة قرب https://t.co/wwxuohfDEj” / Twitter
  35. ZOKA su Twitter: “This Tweet from @200_zoka has been withheld in response to a report
  36. from the copyright holder. Learn more.” / Twitter
  37. YouTube – فرار سرية حماية مطار بني وليد التابعة لمليشيات حفتر (30. (27
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  40. defense system (Pantsir). #Libya https://t.co/4wjWOER3fW” / Twitter
  41. Sargon Courtenay su Twitter: “#Libya The claim is Sirte but the 2nd photo showing Russian
  42. Wagner mercenaries is from Waddan, Jufra – a restaurant called Black Fast Food, which is
  43. very close to the Jufra Air Base. 29°11’07.3″N 16°09’07.4″E https://t.co/nRP7a0RvyH” /
  44. Libia: ecco le condizioni per le candidature al nuovo governo | Agenzia Nova
  45. https://twitter.com/MstrMax11/status/1274712893897015299?s=20 
  46. UAE is developing its Al-Khadim air base in eastern Libya – Islam Media Analys (islamedianalysis.info)
  47. A.AB 1806 su Twitter صورة اخرى من هناقر تُبينّ طـائرات بدون طيار على ما اعتقد النوع لا اعرفه ، يمكن @Gerjon_ تحديد نوعها.
  48. il kanguru su Twitter: “october 10th sat image shows a number of new position around brak airport 27.647504, 14.267172 https://t.co/o1Otd0cbPt” / Twitter



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