Il ronzio dei droni nel deserto di Dirkou


Storia e prospettive delle attività di Intelligence nelle remote oasi del Kawar, in Niger, al centro del Sahara.

E’ una storia di suoni e rumori, o meglio, quella di non-rumori, di suoni che non ci sono. Lontano dalle coste della Libia, dai naufragi e dall’annosa questione migratoria dell’ultimo miglio, si consumano le carovane dei trafficanti di uomini lungo le piste ben battute del Sahel, laddove un tempo le carovane di cammelli dei Tuareg avvolti nel tagelmust portavano sale dalle cave di Bilma, collegavano le sponde del Sahara, tra il Nord Africa ed il Lago Chad e permettevano l’espansione dell’Islam verso sud a partire dal IX e X secolo. Il non-rumore è quello di chi già ad Agadez e a Bilma, in Niger, a Faya Largeau, nel Chad – come si dice in una assurda prospettiva naufrago-centrica – diviene soggetto del “Mediterraneo allargato”, là dove l’Europa fatica nel costruire e monitorare la propria “Frontiera Profonda”, nel senso di un “limen” che penetra e si addentra, che si estende spazialmente in senso verticale ed orizzontale, che si traccia su un piano ulteriore oltre a quello comune ed immediatamente evidente. E’ qui che l’Europa mostra tutte le sue difficoltà nell’impiegare i propri apparati militari, diplomatici ed economici nel generare sicurezza ai propri confini.

Il “continuum” sahariano delle rotte delle carovane. Una cartina del 1889 che colpisce per la sua schiettezza: non vi sono confini nel Sahel, tantomeno quelli arbitrari tracciati dagli Europei e attraversati dall’instabilità politico-economica e del terrorismo del XXI secolo. Cerchiato in rosso il Kawar.

La regione del Kawar, su cui ci si concentrerà, è una zona del Sahara Nigerino situata nel profondo nord-est del Paese, dove si trovano le ultime oasi utili prima di addentrarsi definitivamente verso il sud dell’Algeria, il Nord Del Ciad, o il Fezzan Libico. E’ un’area scarsamente abitata e collegata da poche se non nessuna infrastruttura, in antichità punto di snodo delle carovane del sale (estratto appunto a Bilma, il principale centro abitato dell’altopiano), e in epoca più recente tappa obbligata della suggestiva corsa di rally Parigi-Dakar, una zona che a partire dagli anni ‘10 del XXI secolo si è ritrovata al centro dell’ondata di instabilità dovute al terrorismo islamicamente connotato e alle rotte migratorie verso l’Europa. Questo ha acceso l’interesse dei grandi attori coinvolti nella “War on Terror”, che in vario modo hanno rilanciato la propria partnership con i deboli paesi della regione, a lungo finiti ai margini delle dinamiche internazionali. Era infatti il 2018 quando il New York Times mostrò le prove dell’esistenza di una base americana, gestita, secondo le indiscrezioni in loro possesso, dalla CIA, da cui venivano fatti decollare droni e altri aerei sfruttando la piccola pista commerciale del villaggio di Dirkou nel Kawar, accendendo i riflettori sui silenzi di questo sperduto angolo di deserto.

Il lungo flirt tra Langley e Dirkou

Negli anni ‘80 la Jamahiriya libica era nel periodo di massimo “attivismo” nei confronti dei propri vicini: in quegli anni si consumava la guerra libico-ciadiana per la striscia di Aouzou, dove il Sudan, a seguito di fruttuosi accordi con Tripoli, appoggiava ampiamente le azioni militari libiche, e, mentre il debole Niger si affrettava a dichiarare la propria neutralità, il Colonnello Gheddafi si preparava ad elargire generose offerte a Niamey, sia con la carota che con la minaccia del bastone. Proprio in quegli anni, infatti, la Libia ospitava numerosi uomini dell’opposizione nigerina e ne finanziava lautamente le attività di organizzazione, anche paramilitari. Inoltre, si andava già formando ed addestrando la Legione Islamica, i fedelissimi mercenari al servizio del Rais, molti dei quali erano rappresentati da Tuareg del Niger, che dovettero emigrare dal paese a causa dell’emarginazione politica e delle recenti ondate di siccità. Quando Tripoli si offrì dunque di lanciare dei programmi congiunti di sviluppo proprio nella regione confinante del Kawar, che già contava sulla Libia per l’acquisto di idrocarburi (più economici di quelli che arrivavano da Niamey, un fenomeno che continua ai giorni nostri), non mancò di offrirsi per asfaltare e riqualificare la pista di Dirkou, costruita nel lontano 1956 dalle autorità coloniali francesi in terra battuta, e che sarebbe tornata utile dell’Aeronautica Libica per supportare la propria offensiva contro il Chad. Gli americani, al tempo ai ferri corti con Tripoli, insieme agli alleati francesi, proposero una contro offerta, che portò nel 1984 all’avvio dei lavori di riqualifica della pista, portati avanti non senza difficoltà dallo US Army Engineer Corp, con il fine di certificare l’infrastruttura per l’atterraggio ed il decollo di velivoli C-130 che l’Aeronautica Nigerina operava e opera (l’unico esemplare è rientrato quest’anno in servizio grazie alle donazioni di parti di ricambio da parte dell’Ambasciata statunitense), oltre ad aprirsi la possibilità di poter condurre delle proprie operazioni ai danni di Gheddafi come avvenuto già a partire dall’aeroporto di N’djamena con l’operazione Mount Hope III.

Nel 2010, come mostrato da un documento rilasciato secondo il Freedom Of Information Act, il neonato US AFRICOM valutava i vantaggi e le opportunità di questo aeroporto per lo schieramento rapido di uomini in caso di incursioni ai confini con l’utilizzo di mezzi leggeri in quello che era e rimane l’aeroporto più vicino ai confini nord-orientali del Niger, in una posizione isolata, con poche infrastrutture e senza alcun tipo di sistema di controllo dello spazio aereo. Saranno tuttavia i fatti della guerra civile libica, appunto, a riaccendere l’interesse dei partner occidentali per il Niger, dalla missione Barkhane a guida francese al supporto Americano alle forze armate nigerine nell’ambito della missione Juniper Shield, fino alla partnership europea in tema di immigrazione e forze di polizia del progetto EUCAP Sahel-Niger.

Tuttavia le missioni francesi ed americane, con impegno diretto e “boots on the ground”, si sono dimostrate estremamente dispendiose, sia in termini di usura dei mezzi e della complessa logistica necessaria negli smisurati spazi aperti del Sahel (vedasi la richiesta di sostegno della Francia per la componente elicotteristica), che in termini di opinione pubblica di fronte alle perdite umane, tra cui l’evento più significativo è quello dell’imboscata di Tongo Tongo del 2017 ai danni di un distaccamento multinazionale di americani, francesi e nigerini, dove le perdite di uomini delle forze speciali americane e il clamore mediatico costrinsero il Pentagono a rivedere definitivamente la propria postura nell’impegno alla lotta al terrorismo nel Sahel.

La moglie di Agadez, l’amante di Dirkou

Già nel 2013 le FFAA statunitensi presero in carica di esplorare la costruzione di una base aerea per droni da utilizzare in supporto alle missioni nel Sahel, trovando nella città di Agadez, vero e proprio Hub migratorio interessato da numerosi progetti del World Food Program e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un luogo strategico per la propria posizione geografica. L’esistenza di un aeroporto locale da utilizzare per il trasferimento di mezzi e materiali, di un nutrito contingente in loco delle FFAA nigerine, la presenza di numerose organizzazioni internazionali e ONG tramite cui promuovere operazioni umanitarie utili alle pubbliche relazioni erano tutti elementi a favore di questo luogo, e, infatti, a seguito dei fatti di Tongo Tongo, il Congresso fornì l’impulso monetario necessario alla costruzione della “Air Base 201 Agadez”. Durante la costruzione furono fatti numerosi interventi di “pubblicità” alle attività in corso, a partire dal racconto delle difficoltà intrinseche del luogo e della mancanza di risorse reperibili come macchinari, parti di ricambio, corrente elettrica, acqua, o una base asfaltata di partenza (di cui è possibile recuperare numerosi video su Youtube), oltre che alle attività quotidiane che vengono pubblicate su canali social, insieme a quelle di donazioni di materiali a favore delle comunità locali, di costruzione di pozzi e pannelli solari e addirittura dell’incontro del comandante della base con il Sultano di Agadez Oumarou Ibrahim Oumarou. E’ possibile inoltre monitorare le attività di pattugliamento delle forze dispiegate, dal momento che per lassive norme di sicurezza, gli uomini della base utilizzano Strava, una app contapassi, che permette di vederne gli spostamenti.

Un passo da un documento secretato, e di cui solo questa pagina è filtrata, riguardante le specifiche richieste della USAF per la costruzione della Air Base 201 di Agadez. L’altra località proposta al Congresso era la ben più remota Arlit (nota per le cave di uranio), dove tuttavia si trova un distaccamento di forze occidentali.

A partire dalla fine del 2019 i primi droni hanno ufficialmente iniziati i loro sorvoli da questa base, ma l’autorizzazione a portare avanti missioni armate, e non solo di ricognizione, da parte di velivoli a pilotaggio remoto sul proprio territorio da parte del Governo del Niger unico tra tutti i paesi del G5 del Sahel a fornire questa autorizzazione – fu concessa agli USA sin dal 2018, una data che vedremo non è casuale, in quanto coincide con l’inizio delle attività a Dirkou, ma che può essere pubblicamente giustificata dalla presenza di un drone Reaper americano stazionato nella capitale Niamey da diversi anni. Dall’inizio delle operazioni dalla base di Agadez, sui velivoli si è immediatamente fatto sentire il peso delle condizioni di volo, proibitive a causa dei forti venti e della sabbia presente anche ad alta quota, che hanno portato alla perdita di ben 3 droni, di cui due confermati da comunicati stampa dello US AFRICOM, in meno di un anno, di cui l’ultimo a Gennaio 2021.

Foto da Air-info Agadez, giornale locale, che mostrano il drone caduto “due to technical failure” secondo il comunicato americano, a Gennaio 2021 nella municipalità di Ingall, a sud-ovest di Agadez. Si noti la presenza di missili Hellfire montati sul velivolo, che, sebbene le immagini mostrino il contrario, secondo fonti stampa USAF sarebbe stato immediatamente messo in sicurezza e recuperato da un rescue team della base. A latere segnalo che il giornale conta addirittura la perdita di un quarto drone che non sono riuscito a confermare da altra fonte.

Ottima pubblicità e pubbliche relazioni, protocolli di sicurezza non eccessivamente stringenti, droni esposti a dure condizioni ambientali, (spetta proprio ad Agadez la maglia nera tra tutte i deployment a stelle e strisce), visite da parte di autorità locali, una fra tutte quella del 13 Marzo 2021 del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Nigerina il Colonnello Abdoul Kader, nulla di tutto questo rientra tra le attività o gli incidenti della “base” presente a Dirkou, rendendo immediatamente evidente un superiore livello di discrezionalità che avvolge questa “facility”.

Se una ruspa scava nel deserto e nessuno la sente, fa rumore?

Mentre i francesi completavano la costruzione dell’avamposto di Madama, 150 km a nord di Dirkou, e ritiravano parte del loro contingente terrestre (DLAO1) da Dirkou nell’Aprile del 2015, a partire dal 2014 il Dipartimento della Difesa americano accendeva una flebile luce di interesse per questa località, annunciando nel Settembre di quell’anno un contratto logistico per lo spostamento di mezzi e veicoli Toyota in numero non precisato dalla base di Agadez proprio verso Dirkou. Il desiderio, forse indotto dalle manifestazioni di interesse straniero, di un’ulteriore riqualificazione dell’aeroporto sembra farsi largo anche tra gli esponenti della politica nigerina, tra cui l’allora Primo Ministro Mohamed Bazoum che la riporta tra le priorità del proprio esecutivo nel discorso di insediamento nel 2016, ed è l’anno successivo, nel Novembre, che il Primo Ministro si reca sul posto insieme agli ambasciatori francesi, tedeschi, dell’Unione Europea, e al comandante della missione EUCAP per parlare di sicurezza e immigrazione clandestina. E’ proprio questo incontro, probabilmente, ad ufficializzare l’accesso del Niger ai fondi del programma AJUSEN (Support for Justice, Security and Border Management in Niger), uno dei progetti dello European Trust Fund (EUTF) rivolti ai paesi in via di sviluppo, per un valore di 80 milioni di euro, di cui ben 50 sono finanziati direttamente dall’Italia. Di questo fondo ben 8 milioni sono stati utilizzati per la riqualificazione della pista di Dirkou, mentre il resto sono stati impegnati per rinforzare la guarnigione della città stessa (la cui base si trova poco a nord dell’aeroporto), creare degli ulteriori avamposti al confine con la Libia e addestrare unità di polizia specializzate nel controllo dei confini. Lo straordinario contributo italiano non deve stupire, e, se da un lato può essere spiegato all’interno della cornice di altre iniziative bilaterali in corso, dall’altro il fatto che più volte nei documenti rivolte alle Camere e al Viminale riguardanti l’immigrazione venga fuori la centralità di Dirkou nelle rotte migratorie può far pensare ad un interesse anche dei nostri servizi per questa località.

E’ a partire dal 2018, infatti, che sono visibili i primi lavori sulla pista: inizialmente la costruzione di strutture adiacenti – del tutto inesistenti – che alla fine dell’anno contano due hangar più grandi e uno minore, strutture di guardia, baracche e depositi di materiali. Tuttavia, ancora in quell’anno, le autorità nigerine negavano l’esistenza di attività militari straniere a Dirkou.

Foto via Satellites.pro. E’ la più recente immagine HD disponibile gratuitamente. Numerosi particolari evidenziano chiaramente che ad operarvi sono una o più forze occidentali.

Immagini di Landsat-8 via EO Browser. La Gif mostra più immagini delle base dal Gennaio 2018 a Marzo 2021 a cadenza circa trimestrale, grazie alle quali è possibile apprezzare i lavori di ampliamento.

Nel 2019 i lavori di ampliamento continuano, ed interessano principalmente la pista, cui viene aggiunto un ulteriore tratto di pista asfaltata lunga 1,3 km e larga tra i 50 ed i 60 metri in due tranche di lavori, di cui il secondo verrà portato avanti nel 2020. Questo è segno di crescenti necessità logistiche della base: se infatti, fino ad allora, potevano operarvi solo droni, i piccoli aerei in forza allo USSOCOM (come gli U-28, che il NYT riporta di aver osservato in una delle foto satellitari a propria disposizione) e aerei da trasporto tattico come i C-130, i lavori hanno reso la pista compatibile anche con aerei da trasporto strategico come i C-17. Questa riqualificazione strutturale, tuttavia, non è passata inosservata agli abitanti della zona, ed in particolare a quelli del villaggio di Chimindour, una “frazione” di Dirkou, che, nel Settembre 2019 ha organizzato numerose proteste, e, secondo il giornalista di Studio Kalangou Sakis Tarnane, presentato addirittura una causa al Tribunale di Istanza di Bilma contro la costruzione di quella che veniva ormai definitivamente identificata come “base della CIA”. Uno dei motivi principali della protesta è stato l’utilizzo di draghe, spaccapietre, e altri mezzi di movimento terra che avrebbero sollevato molta polvere, tanto da attirare l’attenzione delle autorità sanitarie, finché il comandante dell’VIII distretto militare di Bilma ha ordinato la ripresa dei lavori. Molto probabilmente, al di là di alquanto improbabili dietrologie che potrebbero far pensare alla costruzione di strutture sotterranee come se si trattasse di una “Guantanamo del Sahel”, la spiegazione di questi eventi, oltre che nell’innegabile aridità del terreno, risiede nel pericolo imposto ancora nella zona dalle mine anti-uomo posizionate dai francesi negli anni ‘50 in gran parte della zona di Bilma (e in particolare nel vecchio forte coloniale di Madama) che costringono da anni la Commissione Nazionale per la Raccolta e la Proibizione delle Armi Illecite (CNCCAI) ad inviare una richiesta di proroga dell’adempimento dell’Articolo 5 della Convenzione di Ginevra in attesa del completamento dei lavori e della raccolta dei fondi atti allo sminamento.

Foto via 5-GIT, elaborazione propria. Il Satellite Sentinel-1 dell’ESA è un satellite che mappa il terreno con l’uso di un radar ad apertura sintetica che opera a 5.4 GHz (C Band). E’ noto che alcuni sistemi radar e di guerra elettronica siano in grado di creare delle interferenze (in base alla loro frequenza operativa) lunghe anche centinaia di Km, perpendicolari all’orbita del satellite. In questo caso rappresenta un’altra delle affinità e divergenze tra Agadez e Dirkou, forse dettate dal fatto che nel Kawar non esistano sistemi di controllo dello spazio aereo come transponder ADS-B.

La mossa del cavallo, l’Arrocco di Biden

Perchè la necessità di costruire un’ulteriore struttura praticamente in contemporanea con quella di Agadez, così simile a quella eppure, è ormai evidente, allo stesso tempo così dissimile per modus operandi? Ancora, perché non sarebbe stato opportuno condividere l’avamposto francese di Madama, situato solo 150 km a Nord? Gli eventi di Tongo Tongo, come già discusso, hanno segnato una cesura nella postura americana nella “War On Terror”, con la necessità di dover contenere, per ragioni di politica interna, le perdite umane. La regione del Kawar è, infatti, una delle meno violente di tutto il Niger, se si confronta con la “zona delle tre frontiere”, nell’ovest, vicino ai confini di Mali e Burkina Faso, tanto che gli unici eventi di nota degli ultimi anni sono l’uccisione, a causa di un IED, del comandante dell’avamposto nigerino di Dirkou, nel 2019, e, sempre nello stesso anno, forse quale successo di intelligence della CIA, l’avvenuta riconciliazione e resa delle armi di un gruppo di circa 150 militanti del Movimento per la Giustizia e la riabilitazione del Niger, una milizia etnica formata da Tobou. Non è tuttavia da escludere che, in un contesto di estrema discrezione, alcune missioni covert vengano comunque portate avanti da elementi delle forze speciali. Da questo punto di vista le uniche fonti di informazione della zona sono rappresentate da due radio locali (Radio Madiana FM e Radio Dirkou), che rientrano all’interno dello Studio Kalangou, una testata legata alla Fondazione Hirondelle e finanziata, guarda caso, da fondi della comunità europea, la stessa che ha pagato il rinnovamento dell’aeroporto e delle guarnigioni della zona. Le uniche vie di comunicazione sono rappresentate da un convoglio a cadenza settimanale, scortato dalla Gendarmeria Nigerina, che unisce Agadez al Kawar, oltre che alla pista, appunto, che mantiene ancora una certa attività di voli civili, principalmente legati ad agenzie umanitarie come quelle dello IOM (International Organization for Migration) e del UNHAS (United Nation Humanitarian air service), un programma interno al World Food Program. Riguardo al traffico aereo di Dirkou, appunto, poche sono le informazioni disponibili, in quanto nessun servizio ADS-B (automatic dependent surveillance) è attivo – a differenza di Agadez, neanche a dirlo – anche se si può presumere che il C-146 con numero di serie 97-3091, delle forze speciali dello US AFRICOM, che molte volte ha visitato Niamey secondo i dati dei transponder, abbia operato più volte da questa pista.

Via Association Kawar. Foto del 14 Agosto 2020 che mostra l’arrivo della commissione scolastica in vista degli esami alla “Ecole de education general” di Dirkou. Sullo sfondo si notano le strutture della base con container e filo spinato. Incidentalmente questa immagine documenta anche la stato di operatività dell’unico Dornier Do 228 in forza all’Aeronautica Nigerina.

Se prendiamo ad esempio il raggio di un drone Reaper, che arriva fino a 2000 km, è evidente che la distanza di ben 500 km tra Agadez e Dirkou è tutt’altro che irrilevante ai fini operativi e permette dunque di coprire agilmente, a partire da quest’ultima, quasi l’interezza della frontiera tra Chad e Libia e di raggiungere la profondità del Fezzan (quasi fino alla base di Al Jufra dove operano i russi della Wagner). Non a caso, le ultime attività note degli Stati Uniti in Libia riguardano proprio il sud di questa e le cellule di Al Qaeda e dell’Isis che vi operano. Nel 2018, secondo il comunicato dello US AFRICOM, un drone colpì Musa Abu Dawud, papavero di Al Qaeda, ad Ubari, Libia, mentre altri strike sono stati sospettati da parte delle forze americane nel 2019 nei pressi dei pozzi di El Sharara e ancora ad Ubari, l’ultimo in ordine cronologico proprio a Marzo di quest’anno, forse in congiunzione con le forze antiterrorismo dell’LNA, contro una cellula dell’ISIS, sempre nei pressi di Ubari, anche se nessuna nota di conferma è stata rilasciata alla stampa. Sebbene anche da Agadez sia possibile raggiungere queste località non è da escludere che, con particolare riferimento alle azioni non rivendicate da AFRICOM, sia proprio Dirkou la base che si è occupata di questi strike.

Foto via New York Times. Un drone Predator/Reaper durante un’operazione di atterraggio o decollo.

Notare la tensostruttura aperta. Probabilmente solo uno, massimo due droni sono di stanza a Dirkou. C’è da chiedersi se è vero che nessuno, a differenza di quelli di Agadez, sia stato coinvolti in incidenti o se siano stati invece superiori gli sforzi per occultarli.

In ultima analisi la presenza e il profilo della base di Dirkou rispecchia in gran parte la drone policy inaugurata da Trump durante il suo mandato, una norma discussa, che ha fornito alle agenzie di intelligence e alle forze speciali dei veri poteri di guerra anche al di fuori delle zone di conflitto riconosciute dal Dipartimento della Difesa (come Afghanistan, Iraq o Siria), garantendogli la capacità di portare avanti strike mirati bypassando ogni tipo di approvazione. Biden, memore degli scomodi “drone papers” che erano entrati a gamba tesa sul suo predecessore Democratico Obama, ha infatti scelto di mitigare l’autonomia decisionale delle agenzie, obbligandole a dover far passare ogni azione dall’approvazione della Casa Bianca e a tornare a pubblicare costantemente quanti civili sono stati coinvolti negli strike, una norma emessa nel 2016 da Obama al seguito del famoso e agghiacciante “90% percent” e revocata da Trump nel 2019. L’attuale freno all’uso indiscriminato dei droni messo in atto dal Presidente Biden è, come riportato dal Pentagono stesso, una norma temporanea, che farà da ponte in attesa di una revisione completa della policy riguardante la Authorisation of Use of Military Forces, una norma emanata dal Congresso nel 2001 e figlia del trauma dell’11 Settembre. Il Kawar, sperduta zona sulla rotta di trafficanti, uomini e terroristi, è ormai invischiata nella complessa questione dei droni e delle migrazioni che intrecciano gli interessi securitari delle potenze mondiali, da Bruxelles, a Roma, Parigi, fino a Washington.

Foto satellitare del Satellite Landsat-8, via EOS Landviewer. L’immagine è dell’8 Marzo 2021 e mostra piuttosto chiaramente le strutture della base, la pista e le postazioni di vedetta a formare un perimetro di sicurezza. Circa 500 metri più a nord si trova la guarnigione delle Forze Armate Nigerine.

NDA: Si ringrazia per la collaborazione la community di OSINT editor e l’amico Andrea Gaini.

Immagine di copertina: Foto dal convoglio che collega Agadez a Dirkou, via Mahaman Sanoussi


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