Operazione Anaconda, marzo 2002: una riflessione sulla guerra afghana


Iniziata il 7 ottobre 2001, dopo una pianificazione durata meno di un mese ma costruita sulle
precedenti esperienze nella regione e facilitata da diversi signori della guerra ostili al regime
talebano, l’invasione statunitense dell’Afghanistan richiese circa tre mesi (Kandahar, principale
roccaforte degli studenti coranici, cadde il 7 dicembre, mentre la battaglia di Tora Bora,
tentativo di annientare le rimanenti forze di al-Qaeda, finì nel gennaio 2002) e vide il prevalente
impiego dei miliziani dell’Alleanza del Nord, costellazione di gruppi spesso reciprocamente ostili,
ma uniti dal comune nemico identificato nel mullah Omar.

Il sostegno americano, in minor misura britannico, si realizzò con l’invio di consiglieri militari
e aiuti finanziari e logistici, gestiti dalla CIA tramite i Paesi confinanti (in particolare
l’Uzbekistan del satrapo Islom Karimov, che ospitava la principale base aerea impegnata nel
conflitto), oltre allo strapotere aereo cui i talebani e al-Qaeda non poterono opporre alcuna forma
di difesa trattandosi di formazioni poco più che irregolari, altamente mobili e perfette per
muovere in vaste aree desertiche, ma impossibili da confrontare alla più grande potenza militare al
mondo1.

Con queste premesse l’invasione procedette senza particolari intoppi, vedendo schierate fianco a
fianco le milizie locali e le forze speciali anglo-americane, contro un regime fondamentalista che
non poté fare nulla per impedire la caduta in sequenza delle proprie città. Dopo una campagna area
e navale, Mazar-i Sharif cadde a inizio novembre, e con essa crollò il controllo talebano sul nord;
il 14 novembre fu la volta di Kabul, seguita il 23 da Kunduz. La conquista di Kandahar, vero cuore
dei talebani nel sud, fu più complessa perché situata in una regione favorevole al regime, a
differenza del nord a maggioranza tagika. Le tutto sommato inefficaci forze di Hamid Karzai (poi
ricompensato con la presidenza del nuovo governo) dovettero affidarsi al potere aero americano e al
sostegno di Camp Rhino, prima installazione americana a terra occupata da Rangers dell’US
Army e da una forza di spedizione dei Marines. A seguito di negoziati diretti con Karzai, e
considerata la situazione senza uscita, i talebani consegnarono Kandahar il 7 dicembre ritirandosi
indisturbati, come già da Kabul, verso l’area montuosa al confine con il Pakistan.

Iniziò a risultare evidente che il binomio milizie-forze speciali, ideale per abbattere il regime,
non era adatto a controllare il territorio. Centinaia, probabilmente migliaia di miliziani si
erano potuti ritirare verso l’impenetrabile regione montuosa di confine (provincia di Paktia),
identificata dai rilievi di Tora Bora e Zhawar Kili. Tra dicembre e gennaio, gli americani
dovettero constatare che il loro schieramento, numericamente troppo ridotto, non poteva affrontare
quel nuovo tipo di combattimento. Le milizie locali, meno affidabili di quelle del nord,
preferirono accordarsi con i talebani per garantire transiti verso il sicuro Pakistan piuttosto che
impegnarsi alla morte contro gruppi rivali, ma affini per lingua, cultura e tradizioni. Le montagne
vennero ripulite con difficoltà, salvo poi abbandonarle in quanto impossibili da presidiare, ma i
talebani poterono muoversi a piacimento lungo il confine sottraendosi agli scontri. È ritenuto
probabile, senza definitive prove in merito, che tra quanti si misero in salvo ci fossero anche
Osama bin Laden o almeno i vertici di al- Qaeda. Se fosse vero, e considerando quanto avvenuto
negli anni a seguire, la battaglia di Tora Bora sarebbe stata una straordinaria occasione mancata.
Una nuova opportunità per assestare un colpo mortale era però imminente, in quanto fonti di
intelligence individuarono un grosso concentramento di combattenti poco a sud di Tora Bora, nella
vallata dello Shah-i Kowt, segnata da creste e rilievi oltre i duemila metri. Il tentativo di
eliminare questa formazione avrebbe dato luogo al più ampio scontro dell’operazione Enduring
Freedom, in cui si sarebbero individuati i tratti caratteristici del prosieguo della campagna e del
perché gli americani non sarebbero riusciti a vincerla.

Forze contrapposte e pianificazione

Soldiers from the 1st Battalion, 187th Infantry Regiment, 101st Airborne Division (Air Assault), scan the ridgeline for enemy forces during Operation Anaconda, March 4, 2002. (U.S. Army photo/Spc. David Marck Jr.)

Protagoniste dell’invasione furono le Special Forces dell’esercito, modulate secondo la formula ODA
(Operational Detachment – Alfa o A-Team): gruppi numericamente ridotti, addestrati ad operare in
territorio nemico e supportati dal potere aereo. Oscurati dalla sovraesposizione mediatica dei
SEALs della US Navy, i “Berretti Verdi” sono impiegati tipicamente nel sostegno a formazioni
alleate irregolari, dalle tribù dei Montagnard anticomunisti in Vietnam all’Alleanza del Nord, ma
operano anche in invasioni convenzionali, come a Panama del 1989. Destinato all’Afghanistan è stato
il 5th Special Forces Group, responsabile per Medio Oriente e Asia Centrale, all’epoca sotto il
comando del colonnello John Mulholland. Si possono citare due gruppi, l’ODA 595 impegnata in
combattimenti a cavallo attorno a Mazar-i Sharif (episodio ricordato dal film Twelve Soldiers e da
un monumento a New York, l’America’s Response Monument) e l’ODA 574, coinvolta in un tragico
incidente vicino a Kandahar, quando un errato coordinamento con l’aeronautica costò la vita a tre
americani e una ventina di miliziani alleati, anticipazione di quanto avvenuto durante Anaconda.
Accanto agli ODA operarono ulteriori unità d’élite, dai SEALs alle unità paramilitari della CIA,
anche di altre nazionalità (SAS britannici, SASR australiani, KSK tedeschi), soprattutto in
ricognizioni e coordinamento aereo piuttosto che in scontri diretti. Una squadra di SEALs (segnale
di chiamata Mako 30) inviata a stabilire un punto di osservazione durante Anaconda diede una svolta
decisiva, in negativo, all’andamento della battaglia, complicando un’operazione già male impostata.
Componente di Anaconda, per la prima volta, furono le forze convenzionali, una svolta significativa
nell’andamento di un conflitto più impegnativo di quanto originariamente pianificato. La Task
Force Rakkasan2 fu basata su aliquote della 101st Airborne Division, unità specializzata
nell’elitrasporto, e della 10th Mountain Division, addestrata al combattimento in montagna. Loro
compito sarebbe stato di delimitare l’area di operazione, fornendo supporto alle ODA impegnate in
combattimento.

L’intenzione era di compiere una classica operazione di ricerca e distruzione (Search and Destroy,
nefasto richiamo all’inefficace impegno nel sud est asiatico di trent’anni prima) contro forze
nemiche drasticamente sottostimate3. Una forza di blocco incentrata sulle TF Rakkasan e Anvil (ODA
394 e 594) avrebbe chiuso le vie di fuga dalla vallata, mentre la TF Hammer (ODA 372 e milizie
afghane) sarebbe avanzata nella vallata eliminando man mano le forze talebane. Il supporto aereo
sarebbe stato garantito da elicotteri Apache, bombardieri B-1 e cannoniere AC-130, coordinati da
punti di osservazione gestiti dai SEALs e dai commando australiani. In teoria uno spiegamento
adeguato, ma basato sul presupposto di un impeccabile coordinamento delle varie unità e
sull’imprevedibile sostegno delle milizie locali, entrambi fattori che vennero meno fin dai primi
momenti.

Scopo di questa manovra, era inchiodare e distruggere una consistente formazione di sbandati
talebani e di al-Qaeda, rifugiatisi nella zona dopo essere sfuggiti all’invasione anche grazie alla
connivenza pakistana. Oltre all’incerta consistenza numerica, potevano contare sul classico
armamento individuale leggero variegato in armi automatiche e lanciarazzi e alcune postazioni
antiaeree fisse, inutili contro aerei ad alta quota ma potenzialmente pericolose per gli elicotteri
impegnati nel supporto ravvicinato alle truppe.

La battaglia

L’operazione prese avvio il 2 marzo, subito incontrando difficoltà impreviste. La TF Hammer avanzò
lentamente a causa del terreno sconnesso e della carente ricognizione delle forze nemiche, le
contraddittorie informazioni tra le unità sul campo e ai margini della vallata impedirono un
efficace supporto aereo. Una unità fu colpita da quello che sembrò un colpo di mortaio, perdendo
due soldati americani e numerosi afghani. Gli afghani della TF Hammer, poco propensi ad impegnarsi
nel piano originario, persero del tutto la volontà di combattere e si ritirarono, obbligando quanto
restava dell’ODA 372 a fare altrettanto. L’operazione incudine-e-martello era così saltata dalle
primissime ore, lasciando le TF Anvil e Rakkasan ad affrontare l’intera formazione talebana. Si
scoprì in un secondo momento che si era trattato di fuoco amico da parte di una cannoniera AC-130,
il cui equipaggio era stato ingannato dalle indicazioni fornite da terra, oppure dal continuo
movimento sul campo di battaglia.
Anche le operazioni sui crinali non iniziarono come immaginato, dovendo sloggiare imprevisti gruppi
di talebani ben riparati. Gli americani incontrarono fortissima opposizione soprattutto nei pressi
delle alture ribattezzate Ginger, dominanti la vallata e controllate dal nemico. Al termine del
primo giorno di scontri, si contarono due morti, numerosi feriti e diversi elicotteri danneggiati,
oltre alla completa ritirata delle milizie afghane. Con una decisione rivelatasi poi sciagurata, le
forze impegnate su Ginger furono richiamate verso il lato opposto dello schieramento, abbandonando
la posizione. L’inaccurato servizio informazioni e troppi errori nel coordinamento aereo-terrestre
avevano gettato in battaglia forze inadeguate.

U.S. Navy SEAL Aviation Boatswain’s Mate- Aircraft Handler, Petty Officer 1st Class Neil Roberts, 32, Woodland, California, showing Petty Officer Roberts during his naval service.
Photograph provided to the U. S. Navy by the Roberts family. (RELEASED)

Il 4 marzo i comandi americani decisero di ritornare sul Takur Ghar, vetta dominante i crinali e la
vallata, da cui le unità erano state spostate nella confusione iniziale. Due squadre SEAL (Mako 21
e 30) furono inviate a stabilire punti di osservazione ma l’elicottero che portava Mako 30 venne
colpito in fase di sbarco e uno degli incursori, il sottufficiale Neil Roberts, cadde dalla rampa
dando inizio a violente e confuse ore di scontri per recuperarlo. Una squadra di soccorso inviata
da Kabul su due elicotteri subì a sua volta forti perdite, con la distruzione di un velivolo, ma
riuscì a raggiungere i soldati intrappolati sulla montagna e progressivamente a sganciarsi verso
sera, grazie ai continui attacchi aerei che impedirono alle soverchianti forze talebane di
travolgere i sopravvissuti. Alla fine degli scontri si contarono sette morti americani, incluso
Roberts, e una cinquantina tra talebani e membri di al-Qaeda. La cima del Takur Ghar rimase
irraggiungibile per gli americani.

180524-N-N0101-210 WASHINGTON (May 24, 2018) A file photo taken in March 2002 of Senior Chief Special Warfare Operator (SEAL) Britt K. Slabinski on Roberts Ridge. President Donald J. Trump awarded the Medal of Honor to Slabinski during a White House ceremony May 24, 2018 for his heroic actions during the Battle of Takur Ghar in March 2002 while serving in Afghanistan. Slabinski was recognized for his actions while leading a team under heavy effective enemy fire in an attempt to rescue SEAL teammate Petty Officer 1st Class Neil Roberts during Operation Anaconda in 2002. The Medal of Honor is an upgrade of the Navy Cross he was previously awarded for these actions. (U.S. Navy photo/Released)

Dopo la battaglia sul Takur Ghar, gli scontri nel resto della vallata iniziarono ad essere meglio
coordinati e sostenuti da un adeguato appoggio aereo, grazie all’arrivo di bombardieri pesanti dal
Kuwait e di rinforzi per sostituire gli esausti reparti presenti dal primo momento. L’avanzata nel
fondovalle venne gestita in modo più razionale, con una serie di operazioni dirette contro i
diversi villaggi, espugnati uno a uno anche con il supporto di nuove milizie afghane più combattive
delle precedenti (venne ripulita l’area indicata come “Little Whale”, con il villaggio di Marzak e
decine di grotte ed edifici isolati, ognuno dei quali nascondeva postazioni di difesa); entrò in
campo anche un battaglione di fanteria canadese. Il 9 marzo cadde finalmente il crinale Ginger,
investito da oltre seicento attacchi aerei e risalito metro per metro dalla 10th Mountain Division,
senza replicare l’azzardato tentativo risoltosi nel disastro del 4 marzo. Con il fondovalle in
sicurezza e i crinali presidiati, poterono iniziare le operazioni di bonifica dello Shah-i Kowt. Il
17 marzo venne intercettato un convoglio in fuga verso il Pakistan; nello scontro caddero sedici
miliziani e tra il materiale recuperato si trovarono armi ed equipaggiamento americani perduti sul
Takur Ghar. Il 19 marzo l’operazione Anaconda venne dichiarata conclusa.

Considerazioni finali

Soldiers from the 10th Mountain Division (Light Infantry), participating in the Combined Joint Task Force Mountain’s Operation Anaconda, prepare to dig into fighting positions after a day of reacting to enemy fire. Operation Anaconda is part of Operation Enduring Freedom. (U.S. Army photo/Spc. David Marck Jr.)

Si può parlare di vittoria americana nello Shah-i Kowt? Se si contano i morti, che è il concetto
base di un’operazione Search and Destroy, fu una vittoria, le stime più prudenti danno dai quaranta
ai cinquanta talebani morti per ogni soldato caduto in azione. Il problema è che questo
ragionamento non ha significato, se usato contro un nemico cui non importa di morire, che anzi
eleva a martiri i propri caduti per farne strumenti di reclutamento. La formazione talebana
obiettivo di Anaconda fu distrutta (anche se non è possibile sapere quanti combattenti siano
fuggiti prima che tutti i crinali venissero chiusi) ma l’area di confine con il Pakistan è rimasta
di fatto fuori dal controllo delle forze internazionali, per non parlare delle forze di sicurezza
afghane. Appena oltre frontiera, nel territorio formalmente alleato di Islamabad, si estendono
intere regioni in cui l’esercito regolare pachistano non osa entrare e dove regnano incontrastati
signori della guerra, trafficanti di oppio e leader jihadisti (spesso tali figure coincidono). Un
simile scenario riduce l’importanza dell’uccisione di alcune centinaia di insurgents, se pure può
avere portato a qualche settimana di tranquillità nell’area. Un risultato si sarebbe
forse avuto con un duraturo controllo del territorio, da realizzare con un capillare dispiegamento
di forze regolari; una simile svolta, di cui si sono visti i prodromi proprio durante Anaconda, non
giunse mai a compimento. Il dispiegamento di decine di migliaia di soldati fece impennare i costi
della guerra, in termini economici e di vite umane, ma non fu sufficiente ad ottenere una vittoria
definitiva. Ne sarebbero serviti molti di più, disposti a rimanere sul campo nonostante le perdite
e supportati da un preciso disegno politico. Tutti aspetti che sono mancati negli sforzi
internazionali in Afghanistan.

020304-N-8977L-002 At sea aboard USS Bonhomme Richard (LHD 6) Mar. 4, 2002 — Flight deck director, Aviation Boatswains Mate 3rd Class Thomas Sanchez from Fontana, CA, watches an AH-1W “Super Cobra” helicopter from the “Scarfaces” of Helicopter Attack Light Squadron One Six Nine (HMLA-169) depart the flight deck as it sets out to support U.S. Army troops in Afghanistan. Bonhomme Richard is forward deployed conducting missions in support of Operation Enduring Freedom and Operation Anaconda. U.S. Navy photo by Photographer’s Mate 3rd Class Johansen E. Laurel. (RELEASED)

Su un piano tattico, l’operazione Anaconda può essere per certi aspetti paragonata alla battaglia
del fiume Ia Drang nel 1965. In entrambi i casi una forza numericamente ridotta venne spedita nel
cuore del territorio nemico, confidando che la superiore potenza di fuoco e l’assoluto predominio
aereo debellassero la presenza nemica in zona. Ambedue le volte il supporto aereo si rivelò molto
meno preciso di quanto sperato, con casi di fuoco amico, ma alla fine risultò decisivo
nell’impedire che i soldati sul campo venissero spazzati via (rovesciamento di prospettiva: la
potenza di fuoco usata non tanto per vincere, quanto per non perdere). Entrambe le volte la conta
dei morti si chiuse a netto vantaggio degli Stati Uniti, ma il controllo del territorio rimase di
fatto in mano a Viet-Cong e talebani, che per di più scoprirono di poter infliggere gravi perdite,
al prezzo di enormi sacrifici che erano disposti a sopportare. Nel caso specifico, la coordinazione
terra-aria e tra singole unità lasciò a desiderare, soprattutto nei primi giorni di battaglia,
dimostrando l’importanza di un comando centralizzato per l’impiego di molteplici unità in sinergia.
Rilevò anche una grave dose di sfortuna, se Roberts non fosse caduto dall’elicottero la battaglia
del Takur Ghar avrebbe avuto diverso svolgimento, ma l’intera pianificazione preliminare scontò sia
una carente visione strategica (supporre che basti uccidere molti nemici per vincere) sia una
pessima raccolta informazioni, con interi gruppi di talebani non individuati per tempo. Anaconda
chiuse la prima e più dinamica fase della guerra afghana, cedendo il passo a infiniti
intrighi politici tra le fazioni locali, stillicidi di attentati e uccisioni mirate, raid contro
singoli bersagli o cellule sempre ricostituite in breve tempo. L’interesse stava ormai spostandosi
all’imminente guerra in Iraq e quanto avveniva in Asia centrale perse di interesse agli occhi
dell’amministrazione americana.
Quando tornò ad essere una priorità era tardi, le errate impostazioni date fin dall’inizio, e di
cui Anaconda era stata in qualche modo un momento chiave, stavano portando all’odierno scenario di
disfacimento e ritiro, nel quale gli unici vincitori sono coloro che hanno sempre tenuto il campo.

Note

  1. Una risibile componente aerea, lascito del periodo sovietico, fu eliminata senza problemi.
  2. Termine giapponese che indica le forze aviotrasportate, rimasto dall’occupazione post 1945.
  3. Al termine degli scontri gli americani rivendicarono tra i 500 e gli 800 nemici uccisi, quando le stime iniziali indicavano 300 combattenti.

Bibliografia

  • Breccia G., L’arte della guerriglia, Il Mulino, 2013
  • Cowper M., La guerra in Afghanistan, RBA Italia, 2011
  • Jumper J. P., Operation Anaconda. An Air Power Perspective, Headquarters United States Air Force, 2005
  • Kugler R. L., et al., Operation Anaconda. Lessons for Joint Operations, National Defense University, 2009
  • Neville L., Forze speciali in Afghanistan, RBA Italia, 2011
  • Perry W.L., Kessing D., Toppling the Taliban. Air-Ground Operations in Afghanistan, October 2001 – June 2002, Rand Corporations, 2015

Per un approfondimento sulla citata battaglia dello Ia Drang:

  • Lopreiato A., Le grandi battaglie aeree, Newton Compton , 2019
  • Moore H. G., Galloway J. L., Eravamo giovani in Vietnam, Piemme, 2015

Immagine prima pagina: Ch-47 Chinook helicopters take off in the early morning in support of Operation Anaconda. The Chinooks were used for their superior lift and cargo capabilities, as well as their ability to operate well at the high altitudes required for the operation.

Immagine di copertina: Soldiers from the 10th Mountain Division (Light Infantry), participating in the Combined Joint Task Force Mountain’s Operation Anaconda, prepare to dig into fighting positions after a day of reacting to enemy fire. Operation Anaconda is part of Operation Enduring Freedom. (U.S. Army photo/Spc. David Marck Jr.)


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